BENEDETTO CROCE.
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LA RIVOLUZIONE NAPOLETANA DEL 1799.
Parte 1.
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1912. LATERZA & FIGLI Editori, BARI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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        Testo fornito dal Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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Questo famoso saggio sulla rivoluzione di Napoli del 1799, contiene non solo la storia dei eventi occorsi ma anche biografie, racconti e ricerche sui fatti ed i protagonisti di quei giorni. L'edizione qui presente  la terza edizione del 1912, aumentata ed arricchita rispetto alle precedenti, edita ad opera di Giuseppe Laterza e Figli, Tipografi Editori e Librai in Bari.
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Dedica.
ALL'AMICO GIUSEPPE CECI, IN RICORDO DI COMUNI STUDI GIOVANILI.
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Indice di questa parte.
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PREFAZIONE ALL'EDIZIONE PRECEDENTE.
PREFAZIONE A QUESTA EDIZIONE.
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CAPITOLO 1. ELEONORA DE FONSECA PIMENTEL e il Monitore Napoletano.
1. La Letterata (1752-1792).
2. La giacobina (1792-1799).
3. La giornalista (gennaio-giugno 1799).
4. La martire (giugno-agosto 1799).
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ILLUSTRAZIONI e DOCUMENTI.
1. Bibliografia degli scritti di E. De Fonseca Pimintel.
2. Lettera inedita della Fonseca Pimentel.
3. La prigionia della Fonseca nel 1798.
4. La stampa periodica durante la repubblica napoletana del 1799.
5. San Gennaro e Sant'Antonio.
6. Il cuore di re Ferdinando.
7. Notizie varie.
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CAPITOLO 2. VINCENZIO RUSSO.
1. Cospirazioni e fuga da Napoli. Il suo sistema sociale.
2. Nella Repubblica Romana.
3. Nella Repubblica Napoletana.
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Fine Indice.
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PREFAZIONE ALL'EDIZIONE PRECEDENTE.
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1.
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I fatti accaduti in Napoli nel 1799 sono una delle parti pi note, e, quasi direi, pi luccicanti della moderna storia d'Italia.
Chi si faccia a cercare le ragioni della loro popolari, e del vivo interesse che hanno sempre destato, e si accinga a tal esame con qualche ampiezza di veduta storica, s'accorge subito che quei fatti non furono la conseguenza o la catastrofe di uno svolgimento importante e originale. Nello stesso anno Novantanove i pi accorti patrioti chiamavano la loro rivoluzione una rivoluzione "passiva"; e il Saggio storico di Vincenzo Cuoco doveva poi illustrare largamente questo giudizio. C'era in Napoli, come in altre parti d'Italia e d'Europa, un vivo movimento d'idee e di fatti contro i resti del feudalismo, laico ed ecclesiastico, e l'aspirazione a un maggior benessere sociale, con l'appoggio della monarchia, la quale, da oltre un mezzo secolo, era entrata risolutamente nella via delle riforme. La mutazione d'indirizzo politico del governo, pel contraccolpo degli avvenimenti di Francia, non poteva non contrariare alla lunga ci che si dice lo spirito dei tempi, ossia i sentimenti di una grande e miglior parte della popolazione. Senonch, immediatamente, solo un piccolo manipolo fu spinto ad atteggiamento ostile, e trov alleati nei giovani e nei malcontenti d'ogni sorta. E una societ segreta, sorta per istigazioni francesi, raccolse insieme le forze rivoluzionarie, che and disciplinando. Ma intervenne pronta, severissima, la repressione; molti dei cospiratori furono colpiti con la morte, col carcere o con la relegazione; altri scamparono con la fuga, recandosi in Francia e poi nelle citt italiane via via conquistate dalle armi francesi. A Napoli, non si pot tentare nient'altro di concreto; e per quanto si seguitasse, da parte del governo, a sospettare, a carcerare, a processare, tutta quell'attivit di poliziotti e di tribunali statari riusc vana, per mancanza di materia su cui lavorare. - Ci volle un intreccio di complicazioni internazionali: gli interessi opposti della Francia e dell'Inghilterra ad assicurarsi l'una di fronte all'altra favorevoli relazioni di commercio con le due Sicilie, e la Francia ad escludere l'Inghilterra dai porti napoletani, in cui questa trovava appoggio ed aiuto per le operazioni militari nel Mediterraneo; una guerra provocata stoltamente, o perfidamente fatta provocare, dall'inconscio re di Napoli; una serie di sconfitte, nelle quali rifulse in modo classico l'insipienza di un dotto ufficiale austriaco, che poi doveva riuscire esiziale anche alla sua patria; la consequente occupazione francese; tutte queste e simili complicazioni ed avvenimenti inaspettati ci vollero, per dar vita a una repubblica democratica nell'Italia meridionale.
E quella repubblica, passato il primo momento di entusiasmo e di sbalordimento, si trov senza radici e senza forze. La sua situazione era, in verit, contradittoria e disperata. Essa non poteva sostenersi se non a patto di formare intorno a s una rete d'interessi, con l'abolizione totale del feudalismo, con la liquidazione della propriet ecclesiastica, col garantire le carte dei banchi, e col fare insomma tutte quelle mutazioni che si compirono poi, in condizioni pi propizie, durante il decennio francese e costituirono la base del governo murattiano. Per ispiegare questa attivit, aveva bisogno di un esercito, che la difendesse e garantisse, e le procacciasse la calma necessaria. Ora, l'esercito non poteva crearsi subito con forze nazionali, che o non erano mature o, come le plebi delle citt e delle campagne, le si erano volte contro. Unico appoggio, dunque, il corpo di occupazione francese, che aveva aiutato i patrioti a proclamare la repubblica, come essi l'avevano aiutato a penetrare in Napoli, e alla cui ombra il nuovo Stato avrebbe dovuto crescere e rafforzarsi. Ma quel corpo francese, fuori delle linee militari, sempre sul punto di essere richiamato sui teatri delle guerre europee, era un appoggio precario; e, d'altra parte, con le contribuzioni, con le spogliazioni d'ogni sorta, con gli arbitr, attizzava le insurrezioni delle Provincie e impediva la formazione di un esercito nazionale. Il suo restare e il suo partire recavano pericolo diverso, ma eguale.(1) In verit, se i patrioti di Napoli avessero avuto piena coscienza della situazione, e avessero seguito l'istinto della propria salvezza, una sola linea di condotta si presentava semplice e diritta: fare ai francesi ci che, poco dopo, i francesi, quando il loro interesse lo richiese, non ebbero ritegno di fare ad essi: abbandonarli, e intendersela coi propri sovrani.
Per fortuna, i patrioti di Napoli erano grandi idealisti e cattivi politici. Nessuno pens a tradire i francesi, e a entrare in trattative coi sovrani; moltissimi, amanti disinteressati della repubblica, erano pronti a difenderla sino all'estremo, e qualunque cosa accadesse. Cos tennero in piedi, anche dopo la partenza dell'esercito francese, la loro barcollante repubblica, tra illusioni smisurate e piccoli effetti, propositi arditi e mezzi deficienti: una vita che oscill tra la commedia e la tragedia, finch quest'ultima, alla fine, prevalse. La repubblica cadde.
Ma se i patrioti di Napoli, per il loro idealismo, la loro ostinazione e la loro mancanza di senso politico, andarono incontro a certa rovina, furono questi stessi fatti e circostanze che salvarono il frutto dell'opera loro. Nella storia,  grandissima ci che potrebbe dirsi l'efficacia dell'esperimento non riuscito, specie quando vi si aggiunga la consacrazione di un'eroica caduta. E quale tentativo fallito ebbe pi feconde conseguenze della Repubblica napoletana del Novantanove? Essa serv a creare una tradizione rivoluzionaria e l'educazione dell'esempio nell'Italia meridionale. Si potrebbe istituire una ricerca assai istruttiva sui superstiti e i discendenti dei repubblicani del Novantanove: la storia delle famiglie acquisterebbe il carattere di storia sociale. Essa, mettendo a nudo le condizioni reali del paese, fece sorgere il bisogno di un movimento rivoluzionario fondato sull'unione delle classi colte di tutte le parti d'Italia, e gitt il primo germe dell'unit italiana; mentre spinse i Borboni ad appoggiarsi sempre pi sulla classe che li aveva meglio sostenuti in quell'anno, ossia sulla plebe, trasformando via via l'illuminata monarchia di re Carlo Borbone in quella monarchia lazzaronesca, poliziesca e soldatesca, che doveva finire nel 1860.(2) Essa, finalmente, dette ai liberali italiani moderni i primi rudimenti della saggezza politica, insegnando a diffidare delle parole dei governi stranieri, quando non ci  modo di assicurarsene l'aiuto con ricambi di utili e di servigi. Cos, per effetto del sacrificio e delle illusioni dei patrioti, la repubblica del Novantanove, che per s stessa non sarebbe stata altro che un aneddoto, assurse alla solenne dignit di avvenimento storico. E ad essa si rivolge ora lo sguardo, quasi a cercarvi le origini sacre della nuova Italia.
Ma un'altra ragione si aggiunge alla prima, e spiega la fortuna e la divulgazione, anche internazionale, che hanno avuto quei fatti.  raro che, in cos breve spazio di tempo, si trovino affollati e mescolati tanti avvenimenti e tanti personaggi straordinari e caratteristici. Esaltazione utopistica dei repubblicani, e fanatismo di plebi guidate da istinto infallibile dell'utile loro immediato; esempi di eroismi di bont di generosit, e feroci violazioni d'ogni piet e d'ogni giustizia; sottili accorgimenti politici, e l'impreveduto a ogni passo; e poi, sullo stesso suolo, le pi varie nazioni, francesi e inglesi, turchi e russi, i lazzaroni di Napoli e le masse dei contadini di Calabria; e i pi diversi e straordinari individui: un re e una regina, l'uno e l'altra, nel loro genere, eccezionali; il pi grande degli ammiragli inglesi, emulo di Bonaparte sui mari, e un cardinale, capo di masnade. Questi personaggi, queste passioni, questi contrasti non potevano non attirare la curiosit; svegliare il desiderio dell'analisi psicologica; promuovere la discussione e il giudizio morale. E alle molte storie che hanno trattato di quei fatti si  aggiunta una lunga serie di opere artistiche, drammi, romanzi, pitture, quasi a prova di questo interessamento della fantasia e del sentimento.
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2.
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Appunto la maggior parte dei libri scritti su questo tratto di storia rendono aspetto degli atti d'istruttoria e di dibattimento di un gran processo. Abbondano le accuse e le difese, e non sono mancati neppure gli avvocati in titolo, borbonici e liberali. Il materiale dei fatti  ora raccolto in gran copia e ben vagliato. Ma l'intrusione delle tendenze politiche e delle impressioni sentimentali mantiene ancora qualche turbamento intorno ai criteri del giudizio.
 appena necessario ricordare che ogni fatto storico pu essere oggetto di una doppia misurazione, o doppio criterio: l'ovvio criterio morale, e quello propriamente storico. Il primo si fonda sui princip elementari del giudizio etico, il secondo sulle persuasioni e convinzioni intorno ai fini della storia e al corso del progresso. Cos, per togliere un esempio da un altro periodo di storia e anzi della stessa storia di Napoli, nella lotta tra Ferrante d'Aragona e i baroni, da un punto di vista liberale o progressista Ferrante aveva ragione e i baroni avevano torto: l'uno rappresentava il progresso, gli altri il regresso; l'uno voleva fondare la monarchia assoluta sulla forza delle citt e sullo svolgimento delle arti e del commercio, gli altri volevano continuare l'anarchia e la barbarie feudale. Che se poi ci fosse ancora qualcuno, ai tempi nostri, che vagheggiasse il feudalismo come forma tipica della vita sociale,  evidente che per lui le parti sarebbero invertite, e i baroni avrebbero la bella, e re Ferrante la parte brutta. Ma non per questo il giudizio morale sui mezzi, pi o meno leali e legittimi, che l'uno e gli altri usarono, verrebbe a mutarsi.
Ora, si noti bene, la condanna della reazione borbonica del Novantanove  una delle pi fiere condanne morali, che abbia pronunziato la storia. S, certo, le nostre simpatie personali sono per quei vinti contro quei vincitori: sono pei precursori dell'Italia nuova contro i conservatori dell'antica: sono pel fiore dell'intelligenza meridionale contro l'espressione massima dell'oscurantismo internazionale. Ma, per quei vinti e contro quei vincitori, ci , di pi, la ribellione del nostro sentimento etico; e la condanna non  qualcosa di vano o di superfluo, non  un postumo infierire:  una di quelle colonne infami che la civilt deve innalzare per ricordare i limiti che, nelle necessarie lotte sociali, non  lecito calpestare, da chi non voglia trarsi fuori dell'umanit.
Invano s'invocarono, dai legulei, le ragioni dei sovrani e i doveri dei sudditi e le norme del diritto positivo, che non sono applicabili ai fatti che questo diritto superano e contestano. Le lotte tra sovrani e sudditi, tra le varie classi di un popolo, debbono paragonarsi a vere e proprie guerre e battaglie, in cui il vincitore cerca di rendere inoffensivo il vinto.
Ma, in queste repressioni civili, come nelle guerre e nelle battaglie, c' un'illusione (e sia pure un pretesto), che rende o realmente scusabile e rispettabile, formalmente incensurabile, chi combatte e vince, chi opprime ed uccide: l'illusione, o la finzione, di operare pel bene generale, per un alto dovere, per la volont del cielo.
Questa credenza o questa pretesa ha la sua logica, e non pu conciliarsi con la violazione delle regole elementari della giustizia e della piet. Non  possibile proclamarsi punitore in nome della giustizia divina (punire i "ribelli a Dio e a me", come scriveva re Ferdinando), e, nel tempo stesso, infrangere la parola data e i fatti giuramenti e le consumate capitolazioni, formare tribunali di sangue, prendendo sfacciatamente i cosiddetti giudici di tra i partigiani meno scrupolosi (gli "scelti ministri sicuri", come diceva lo stesso re); e infierire, dopo la vittoria, mandando a morte, non pi per alcuna necessit politica, ma per saziare od e vendette personali. E accompagnare quest'orgia di sangue e di sevizie, non gi col cupo fanatismo del despota, ma col ghigno inverecondo di un carnefice pulcinella, che tripudia nell'opera sua. L'illusione  squarciata, la finzione  svelata, il vincitore diventa un assassino, la guerra un delitto comune.
La ricerca dei responsabili della sanguinosa reazione borbonica del 1799  stata fatta; e l'istruttoria si pu ormai considerare compiuta. Lasciamo da parte i consiglieri per cortigianeria o per esaltazione, e gli esecutori secondari, e quelli pi o meno inconscienti, e il canagliume ch' sempre pronto e disposto a tutto.(3) Ma i grandi responsabili restano tre; re Ferdinando, Carolina d'Austria e il Nelson. A re Ferdinando si  fatto forse troppo onore chiamandolo un tiranno; il che farebbe supporre, per lo meno, l'ambizione della forza e del potere. Egli pensava alla caccia, alle femmine, alla buona tavola; e purch gli si lasciassero fare le dette cose, era pronto a intimare la guerra, a fuggire, a promettere, a spergiurare, a perdonare e ad uccidere, spesso ridendo allo spettacolo bizzarro.(4) Il Nelson, scrivendo di lui nel momento critico della perdita del regno e della fuga in Sicilia, lo chiama un filosofo, a philosopher; e giacch, per una serie di curiosi passaggi e mediazioni, la parola "filosofo" ha anche, volgarmente, il significato che solo conviene al caso nostro, la denominazione pu restare. Della regina Carolina si sono fatte, in tempi recenti, molte difese, che si spingono non solo alla completa giustificazione, ma anche all'ammirazione. Come si possa giustificare una donna che, oltre le scorrettezze e turpitudini della vita privata,  stata clta in una serie di menzogne flagranti e di violazioni d'impegni solenni presi sull'onore e sulla fede, io non riesco ad intendere.(5) Circa poi all'ammirazione per la sua energia e pel suo ingegno, confesso che anche mi riesce abbastanza oscura, fin quando almeno l'energia e l'ingegno non diventino tutt'uno con l'irrequietezza e la chiacchiera. Spirito torbido, non ebbe n elevatezza mentale, n accorgimento e prudenza; e fece di continuo il danno suo e di tutti.  vero che, negli ultimi mesi della sua vita, dopo molteplici lezioni dell'esperienza, ella diceva che, se avesse potuto ricominciare a regnare, si sarebbe condotta in modo affatto diverso; ma, per fortuna, un colpo di apoplessia, ad Hetzendorf, le imped di ricominciare.
Pi difficile  giudicare l'opera di un uomo come il Nelson, forse non pari in tutte le sue facolt alla genialit militare che possedeva, ma dominatore e creatore di grandi fatti, dai quali non poteva non attingere serenit e superiorit. Che egli operasse sotto la suggestione delle moine di Emma Lyons e delle preghiere di Maria Carolina, sembra da escludere: al pi, quelle moine e preghiere potettero avere sull'animo suo un'efficacia secondaria. Parrebbe piuttosto che l'odio dell'inglese, contro i francesi e i loro partigiani, lo accecasse e spingesse ad atti selvaggi e sleali; e il vedere qualcuno degli ufficiali suoi dipendenti, come il capitano Troubridge, gareggiare con lui in tali sentimenti, potrebbe confermarci in questa idea. Un'altra ipotesi  stata fatta, che metterebbe in diversa luce il carattere e l'opera del Nelson. Si  detto che egli ubbidisse ad ordini segreti del governo inglese, che volevano perpetuare nell'Italia meridionale l'antitesi e la discordia tra sovrani e sudditi, in modo che l'Inghilterra avesse sempre un piede in queste regioni, e potesse valersi delle due Sicilie pei suoi scopi commerciali e militari. Nelson, che spir a Trafalgar con la parola "dovere" sulle labbra, avrebbe compiuto uno di quei terribili doveri, che rendono cos dolorosa la condizione del militare, spesso strumento puro di fatti impuri. Non tutte le ragioni addotte a conforto di questa ipotesi mi paiono sostenibili; ma, certo, essa spiegherebbe molte cose, e a me tornano innanzi alla mente le fredde parole con le quali lord Grenville nel parlamento inglese rispondeva all'attacco del Fox per la violata capitolazione: - che se il cardinal Ruffo aveva avuto ragioni lodevoli per concludere quel trattato, il Nelson ne aveva avuto di migliori ancora per romperlo!(6) - Data come accertabile questa ipotesi, la responsabilit del Nelson si ridurrebbe, in parte almeno, a quella della politica inglese, e quest'ultima, a sua volta, per gran parte, alla condizione obiettiva che mette i popoli gli uni contro gli altri, con la prosperit che nasce dalla rovina e la rovina dalla prosperit. E, come capita spesso a chi indaghi le cause degli avvenimenti umani, dove credevamo dapprima di trovare l'arbitrio egli individui, urtiamo nella necessit delle cose.
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3.
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Le pubblicazioni antiche e recenti, italiane e straniere, sui fatti del Novantanove sone copiosissime: e si potrebbe quasi dire che la storia di quel periodo non  pi da fare, se questa frase potesse avere mai piena applicazione in fatto di storia, in cui le mutazioni dei punti di vista per effetto degli interessi e delle esperienze dell'ora presente, rendono necessaria una continua revisione e rielaborazione delle costruzioni letterarie del passato.
Alla massa delle pubblicazioni ho contribuito anch'io, anni sono, con le biografie ora raccolte in questo volumetto; le quali nacquero come una specie di reazione alle biografie rettoriche e monotone, e spesso vuote, degli scrittori patriottici e liberali. E anzi, nel mio desiderio di obiettivit, mi spinsi tanto oltre da vedermi proclamato, non senza mia maraviglia, su di una rivista positivistica e radicale, come "affetto di pregiudizi conservatori". In questa edizione ho procurato di togliere quel tono polemico e talvolta scherzoso, che pot dare appicco all'inaspettato rimprovero; pur non avendo nulla da mutare nel metodo delle indagini.
Quantunque si tratti di scritti composti in var tempi e per varie occasioni, non sar difficile scorgere tra essi un certo nesso e una certa dipendenza. Nella biografia di Eleonora de Fonseca Pimentel, si ha un esempio del passaggio degli scrittori regalisti napoletani dalle idee monarchiche alle idee rivoluzionarie, e nella sua opera giornalistica si veggono concentrati i sistemi e gli espedienti di governo della parte migliore dei repubblicani del Novantanove. Essa poi e Vincenzio Russo furono tra i pi completi rappresentanti di quella forte generazione; e quest'ultimo non  meno interessante per la sua vita che per le sue intenzioni socialistiche. L'episodio di Luisa Sanfelice e dei Baccher  l'esempio pi terribile e scandaloso della feroce reazione, e insieme una storia commovente, che sembra un romanzo. Lo scritto che segue offre una serie di notizie, che valgono a meglio illustrare l'attraente periodo delle origini del movimento rivoluzionario a Napoli; e in quello sulla "domanda di grazia" del Cirillo ho fatto il tentativo di delineare la fisonomia politica di uno dei personaggi principali che si trovarono al governo della repubblica napoletana, e ch' forse pi notevole come scienziato e come onest'uomo che come rivoluzionario ed eroe politico.
Non mi nascondo che tali argomenti da me presi a trattare, sono, qua e l e in generale, un po' tenui; ma, avendo una volta messi in istampa questi lavori, ho desiderato di ripresentarli in forma pi compiuta e corretta.
Napoli, giugno 1896.
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PREFAZIONE A QUESTA EDIZIONE.
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Nel ristampare ancora una volta, dopo quindici anni, questi saggi (che furono pubblicati in volume col titolo: Stud storici sulla rivoluzione napoletana del 1799, Roma, Loescher, 1897), non solo li ho ritoccati tenendo conto delle posteriori ricerche, ma anche ve ne ho aggiunti parecchi altri, che mi accadde di andare scrivendo dipoi, e tutti, salvo uno, per l'Archivio storico per le provincie napoletane, del quale sono vecchio collaboratore. Quell'uno, messo in appendice,  anche il solo che non concerna direttamente il periodo storico trattato negli altri, bench non sia con esso senza qualche legame.
Ho lasciato quasi intatta la prefazione, scritta quindici anni fa, quantunque ora non ripeterei senza circondarlo di maggiori riserve qualcuno degli accenni che contiene, specialmente rispetto al Nelson, sul quale si veda, nel corpo del volume, il breve scritto intorno a un opuscolo del Badham. Avverto, infine, che non sono compresi nei saggi qui raccolti le note e i documenti, che inserii nell'Albo della Rivoluzione napoletana del 1799, pubblicato da me e dagli amici Ceci, D'Ayala e Di Giacomo (Napoli, Morano, 1899), nell'occasione del centenario di quel memorabile avvenimento.
Napoli, agosto 1911.
Benedetto Croce.
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CAPITOLO 1.
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ELEONORA DE FONSECA PIMENTEL E IL MONITORE NAPOLETANO.
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Paragrafo 1.
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La Letterata. (1752-1792)
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Eleonora de Fonseca Pimentel non pu annoverarsi tra i pensatori e ricercatori originali cui spetta un posto nella storia di una determinata scienza o disciplina. Ma noi troviamo questa nobile tempra di donna sempre in prima linea nelle battaglie intellettuali e politiche dei suoi tempi: nella mente vigorosa di lei si rifletteva la migliore cultura allora viva, e nel suo animo gentile acquistava calore di sentimento ed energia di volont.
Venuta a Napoli giovinetta, appena pu considerarsi italiana. A Napoli la dicevano, e si diceva ella medesima talvolta, portoghese; e la sua famiglia, di fresco fatta italiana, conservava parentele e relazioni col paese d'origine, e coi connazionali che dimoravano in Napoli.
Per cause delle quali non ci  conservata notizia particolare, circa la met del secolo decimottavo si recavano dal Portogallo a Roma due congiunte famiglie de Fonseca Pimentel: l'una di Clemente, oriundo della citt di Braganza, con la moglie Caterina Lopez, e l'altra di Maria Lopez, vedova di Ferdinando Fonseca, con due figliuoli di tenera et Michele e Giuseppe, e un fratello, abate Lopez.(7) Da Clemente e Caterina Lopez nasceva in Roma il 13 gennaio 1752 una bambina, cui furono imposti i nomi di Eleonora Anna Maria Felice.(8)
Cominciata la contesa tra la corte di Lisbona e la curia romana per effetto della cacciata dei gesuiti, ed inaspritasi in modo da sembrare impossibile ogni accomodamento, nel luglio del 1760 l'ambasciatore portoghese in Roma ordinava da parte del suo re a tutti i sudditi della corona che ivi dimoravano, di uscire nel termine di tre mesi dallo Stato Romano.(9) E tra i non pochi che in quell'occasione prescelsero di recarsi nella vicina Napoli, fu Clemente con la moglie, con la piccola Eleonora, con altri due figliuoli Michele e Girolamo, nati anche in Roma, e coi due suoi nipoti, ai quali s'accompagnava l'abate loro zio.
Agli stranieri si apriva a Napoli una facile strada nella milizia e in altri uffici; e numerosi erano in ispecie gli spagnuoli, che continuavano un'immigrazione che durava da tre secoli e ritrovavano allora in Napoli i connazionali venuti di recente con Carlo Borbone. I due figli maschi di Clemente, e un terzo, a nome Giuseppe, nato a Napoli nel 1764, entrarono nell'esercito; e dei due nipoti, Giuseppe, anche militare, divenne poi generale d'artiglieria, e Michele, datosi alla magistratura, fu giudice nel Molise e consigliere di corte d'appello in Napoli(10). Nel 1777 Clemente Henriquez de Fonseca Pimentel Chaves, che da diciassette anni dimorava "in questa capitale con figli e nepoti, parte dei quali trovavasi impiegata nel real servizio e parte applicata al foro", dava le sue prove di nobilt, ed otteneva dal re, con dispaccio degli 11 gennaio 1778, il riconoscimento "agli individui della famiglia Pimentel nati in Napoli di tutte quelle prerogative che dalla medesima loro generosa nobilt dimanano".(11)
La giovinetta Eleonora si faceva intanto notare per l'ingegno pronto e vivace, per le varie e sode cognizioni che veniva rapidamente acquistando, e per la sua facilit nel comporre versi latini e italiani, anche all'improvviso. Nel 1768  gi ammirata come una piccola celebrit. Un letterato toscano, Domenico Saccenti, scrivendo al suo amico abate Ciaccheri di Siena, il 15 giugno del '68, gli parla di questa "giovine gentildonna portoghese di circa sedici anni", che "sa varie lingue, oltre la latina che molto bene intende, e fa buone cose riguardo alla poesia s latina che italiana"; e promette di far sentire a un amico del Ciaccheri, venuto in quei giorni a Napoli, "il talento della apollinea Eleonora". Tre anni dopo, lo stesso Saccenti riparla della signora donna Eleonora, "che, piena di vivacit, talora anche improvisando dice qualche cosa buona"; e manda all'amico un sonetto di lei: "il suo ritratto fatto da s stessa", che certo egli non avrebbe giudicato "disprezzabile in tutte le sue parti". Peccato che il sonetto non si ritrovi pi.(12)
Com' facile immaginare, fu subito aggregata a parecchie accademie: nel 1768 era nell'accademia dei Filaleti col curioso nome di "Epolnifenora Olcesamante";(13) e circa lo stesso tempo, in Arcadia, con quello pi vago di "Altidora Esperetusa". E dalle poesie a lei dirette, si possono conoscere alcune delle sue relazioni letterarie. Il duca di Belforte Antonio di Gennaro, uno dei migliori verseggiatori napoletani del secolo decimottavo,(14) le si rivolgeva con un sonetto di esortazione e di augurio:
Eleonora, che, nel verde aprile
Degli anni vostri, pel sentier non trito
Di Minerva movete il passo ardito.
N dumo o sasso arresta il pi gentile,
E i donneschi trastulli avendo a vile,
E 'l d'amori e piacer calle fiorito,
Seguite delle Muse il dolce invito
Col gi maturo e dilicato stile;
Il variar di stato e di stagione
Deh non rallenti quel vigor fecondo.
Quel di saper desio, che v' di sprone!
E un d voi sola mostrerete al mondo,
Che nel giugner di gloria alle corone
L'ingegno femminil non  secondo.(15)
Un letterato leccese, Baldassarre Papadia, la collocava tra le ninfe delle sue egloghe pastorali:
la gentile, Inclita pastorella alma Altidora,
Cos dolce nel canto che le pietre
Pianger fa di dolcezza!(16)
Ed Emmanuele Campolongo, il bizzarro autore del Proteo, della Polifemelde e della Mergellina, nell'altra sua non meno bizzarra opera del Sepulcretum amicabile, che contiene diciannove centurie di epitaffi sepolcrali, mezzo seri, mezzo burleschi per suoi amici e per gli uomini pi o meno chiari della societ napoletana, scritti quando i tumulandi erano ancora in vita e come in disfida di ogni volgare superstizione, - ne componeva anche due per la Eleonora, "musarum regina".(17)
Ma la giovine poetessa, nel primo fiorire del suo ingegno, non poteva non aspirare a ricevere una voce di incoraggiamento da colui che era considerato allora come il gran maestro della forma poetica, e che aveva destato le sue ingenue ammirazioni e i suoi entusiasmi: dal vecchio e glorioso Metastasio. A lui mand le sue prime composizioni a stampa, e il poeta cesareo il 9 ottobre 1770 le rispondeva, secondo il suo costume, con una assai fiorita epistola.(18)
La corrispondenza continu per parecchi anni tra complimenti, lodi iperboliche, invii di versi, preghiere di presentarli a tale o tal'altra persona illustre, e saluti alle comuni conoscenze. In qualche lettera par di leggere tra le linee un po' d'impaccio e di fastidio del poeta pel culto troppo premuroso di quella ch'egli chiamava "l'amabilissima musa del Tago". "Il ciel mi guardi (scriveva rispondendo a una lettera di auguri pel capodanno del 1775), il ciel mi guardi dalla peccaminosa temerit di voler prescrivere limiti alla gentilezza di V. S. illustrissima nell'onorarmi co' suoi caratteri; ma mi guardi egualmente da' giusti rimorsi che io soffrirei se Ella defraudasse per mia cagione le muse di quei pochi momenti di ozio che a lei rimangono, e che tante lodi a lei e a noi tanto diletto producono, cos lodevolmente impiegati. A chi mai potrebbero non essere gratissime le sue lettere? Da quello che in me cagionano io misuro il piacere che debbono cagionare in chicchessia. Prova convincente del mio  appunto quello che mi hanno recato, perch procedenti da lei, i suoi felici auguri in occasione delle scorse sante feste e dell'ingresso del nuovo anno: ufficio per altro che per l'enorme abuso che se n' fatto,  ridotto a non esser altro che la vendemmia delle poste ed il flagello dei segretari". Ma il perfetto adulatore risorge subito nelle altre coi lamenti per la interruzione della "cos invidiabile corrispondenza", e con gli scherzi leggiadri sul desiderio della Eleonora d'imprendere apposta un viaggio a Vienna per vederlo di presenza (o, com'egli s'esprime "di correre dal tepido Sebeto all'agghiacciato Danubio solo per esaminar da vicino una misera anticaglia romana, che casualmente vi si ritrova"); o, infine, nelle proteste (e basti quest'ultimo saggio della sua sapienza nell'accumulare parole senza nulla dire) su questo andare: "All'ultima poetica, morale, metafisica, seduttrice, anzi incendiaria sua lettera, io non mi arrischierei d'intraprendere una categorica risposta, ancorch mi trovassi sulle spalle una mezza dozzina di olimpiadi di meno. Altro bisogna che il mio stanco ingegno, per tener dietro ai rapidi voli del suo, che, scorrendo con invidiabile franchezza tutte le pi recondite e disastrose regioni dello scibile, contrasta, sicuro della vittoria, la preminenza al mio sesso. Io gliela cedo di buona voglia senza cimentarmi a difenderla; ma non le perdoner per mai la soperchieria di tentarmi di vanit, ch' il debole dei poeti, sinch non mi riesca di scoprire qual  veramente il suo e ch'io possa allora vendicarmi imitandola; sar forse vana, ma lunga certamente l'inchiesta e difficile"; e via discorrendo.(19)
Che cosa sono queste poesie di Eleonora che i contemporanei, con tanta galanteria, lodano ed esaltano? A percorrere la serie, faticosamente messa insieme, dei rari libercoletti che le contengono,(20) ci viene innanzi un epitalamio del 1768, Il tempio della gloria, per le nozze di Ferdinando IV con Maria Carolina; e poi un sonetto alla regina per la nascita della seconda figlia (1773); e ancora sonetti per altri matrimoni e per morti; e una cantata La nascita d'Orfeo, per la nascita del primo figlio maschio della coppia regale (1775); e un componimento drammatico Il trionfo della virt, in occasione di un attentato alla vita del primo ministro del Portogallo, il famoso marchese di Pombal (1777); e un'altra "cantata" per la venuta dei granduchi di Russia a Napoli, con un sonetto alla grande Caterina (1782); e un'altra ancora, Il vero omaggio, pel ritorno dei sovrani dal loro viaggio per l'Italia (1785); un sonetto per la fondazione della colonia di S. Leucio (1789), ed altre cose simili. - Le quali tutte si potrebbero definire in brevi parole: contenuto adulatorio in forma metastasiana.
Ma, anche di sotto l'adulazione suggerita dal cattivo vezzo dei tempi, in queste poesie si pu riconoscere qualcosa che meglio risponde al posteriore svolgimento del carattere e della vita dell'autrice. Non occorre ricordare quel che fosse l'assolutismo illuminato del secolo decimottavo, ed enumerare le cause che spinsero allora generalmente i sovrani di Europa a dare la mano alla classe sociale pi viva e operosa, che formava il loro sostegno contro il feudalismo e contro la chiesa, e accresceva la ricchezza dei loro stati. Lodare il sovrano era, perci, un modo come un altro di promovere il bene dei popoli, d'incoraggiare opere di civilt, di celebrare, insomma, il progresso di quei tempi. Le vecchie forme adulatorie e cortigiane, in bocca dei migliori uomini di allora, perdevano il carattere di servilismo e di utilitarismo con cui erano nate gi nelle corti dei tiranni del rinascimento e dei princip della decadenza italiana, e assumevano nuove e pi nobile significato.
La cantata La nascita di Orfeo  divisa in due parti; nella prima si ritrae la favola di Orfeo, mandato da Giove a redimere gli uomini giacenti in barbarie, e da Pallade e Venere insignito dei loro doni; senonch, alla barbarie succede, dopo un periodo di civilt, la corruttela, e lo stesso dio e le stesse dee spediscono perci sulla terra un bambinello, ch' il neonato Carlo di Borbone, il figlio dell'imitatore di Apollo Ferdinando, e dell'emula di Calliope Carolina.(21) Tale il goffo macchinario mitologico, che la nostra Eleonora non ha neanche il demerito di aver inventato, essendo ricalcato su modelli ben noti. Ma un entusiasmo sincero si sente subito in versi come questi, messi in bocca a Pallade:
Dei stud miei,
Degli ingegni sublimi, in ogni etade,
Le sicule contrade
Sarann'ampio teatro;
Ma l'et di Fernando
Ogni altra avanzer, che l'alme illustri,
Dai regi sguardi accese.
Ardite muoveranno a nuove imprese.
Propagherassi allora
Col verace sapere
La verace virtude, e, di lei figlio,
Il verace valor....
Pi evidente  il pensiero dell'autrice nell'altro piccolo dramma che celebra il marchese di Pombal e che  preceduto da una lunga prefazione in prosa, dove si dice tra l'altro: "Non vi  cosa pi difficile a rinvenire, n rinvenuta pi piacevole agli occhi del cielo e della terra, quanto il mirare un giusto re servito da saggio ministro, ed ugualmente fermo il primo in affidarsi ai consigli del secondo, che costante il secondo in sacrificarsi ai servigi del primo. Imperciocch, se il re  l'immagine della Divinit perch il distributore della giustizia e della provvidenza eterna, il ministro non solamente  l'immagine del re, come quello per cui ogni civil ragione dal trono si diffonde ne' popoli; ma  insieme l'immagine de' popoli, per cui e i bisogni e le preghiere di questi si sollevano al trono: onde nel duplice dilicato impiego diviene egli la salda base, su cui si appoggiano del pari e la dignit del regio potere e la fermezza della pubblica felicit". Accennata questa teoria sul sovrano e sul ministro e sulla loro missione etica, l'Eleonora rif a larghi tratti la storia del piccolo Portogallo ("una nazione nella quale io non nacqui, ma della quale son figlia"), dallo scacciamento degli arabi e dal felice stabilimento di uno stato cristiano senza il malanno del feudalismo fino all'epoca delle scoperte e conquiste, per discendere via via al triste periodo del dominio spagnuolo, "con gli smembramenti sofferti nell'Indie, gli abusi introdotti per seminar diffidenza e dividere i popoli, le lamentevoli alterazioni intruse negli stud, e soprattutto la negligenza delle scienze matematiche"; "giacch (vi si soggiunge) nelle nazioni illuminate i gradi di felicit son da calcolarsi in quelli degli avvanzamenti in queste scienze". E un risorgimento le appare l'opera di Giuseppe I e del ministro Pombal, fondatore dell'universit di Coimbra, creatore delle arti della pace e della guerra, valido riparatore della desolazione prodotta in Portogallo dal terribile terremoto; l'uomo, infine, per cui "l'Europa imitatrice vide il regno di Portogallo divenire in lei norma e principio d'inaspettato movimento". Dopo questa introduzione, si sopportano pi volentieri la ridda delle allegorie e delle personificazioni, i contrasti tra la Virt e il Livore, l'Invidia e lo Zelo, la Fedelt e il Tradimento, e i cori delle Ninfe del Tago, delle Belle Arti, e delle Deit marine dell'Asia, dell'America e dell'Africa! E non sembrano pi una pura cortigianeria le frasi, alquanto comuni, con cui si lodano il re ed il ministro:
Te serbi il Cielo a noi,
E serbi a te, signore,
Il fido esecutore,
Il saggio consiglier.
La cantata pel ritorno dei sovrani di Napoli ha il suo punto saliente negli accenni alla formazione della marineria napoletana per opera del ministro Acton e della regina e alla creazione del porto di Miseno, e nelle esortazioni, che il dio marino Proteo fa a Partenope, di rivolgere l'attivit sua al mare, datore di forza e di salute.(22) - E col sonetto per la colonia di S. Leucio, ella univa la sua voce (col Buonafede, il Calsabigi, il Cunich, il Campolongo, il Mattei, l'Ignarra, e coi futuri giacobini. Clemente Filomarino, Antonio Jerocades, Francesco Salfi) al coro delle lodi che s'inton per quella legislazione, che  sembrata ad alcuni "un codice socialistico in pieno secolo decimottavo", un esperimento che anticip quelli degli Owen e dei Fourier.(23) In realt San Leucio era una manifattura reale privilegiata, impresa nella quale il re profondeva parecchio danaro, e le famiglie degli operai ricevevano buoni stipendi, cure speciali d'igiene, d'educazione e d'istruzione, ed erano sottomesse ad alcune regole di uniformit nelle vesti e nel modo di vita, ed, esclusi assolutamente i testamenti, ad alcune restrizioni successorie. Capriccio di sovrano, che a me fa venire in mente quella "mnagerie d'hommes heureux", che il marchese d'Argenson disegnava una volta di fondare. Comunque, la legislazione di San Leucio mosse le fantasie, e parve diretta a risolvere, come allora si disse, il problema: "se gli uomini saran sempre tra loro nemici, o se vi  mezzo di renderli tra loro amici e quindi beati".(24)
Dai saggi dati si pu anche scorgere il valore dei versi della Eleonora, che sono appunto semplici versi, assai facili e non privi talora di qualche vivacit. Del resto, ella diceva il vero professandosi discepola del Metastasio; e metastasiana e convenzionale era la forma nella quale si venivano effondendo le nuove aspirazioni civili di quel periodo. Con lentezza ed a fatica si svincolava dalla vecchia forma il Parini, e con atto di ribellione, che dava in altro genere di eccessi, le si levava contro Vittorio Alfieri. A Napoli il metastasianismo visse vita pi lunga e tenace che altrove, e serv a rivestire cos i concetti massonici del Jerocades e gli entusiasmi dei repubblicani, come, pi tardi, il movimento della Carboneria e dei costituzionalisti, che ebbe il suo poeta in Gabriele Rossetti, "improvvisatore, librettista, arcade, metastasiano che si trasforma".(25)
Nel 1777, a venticinque anni, Eleonora prese marito, sposando un ufficiale dell'esercito napoletano, Pasquale Tria de Solis, nativo di Napoli, nobile, quarantenne, che, entrato come cadetto nel reggimento di Abruzzo ultra, aveva percorso dal 1765 tutti i gradi nel reggimento di fanteria del Sannio, ed era allora tenente e l'anno dopo divenne aiutante maggiore.(26) Da queste nozze nacque un bambino, che mor due anni dopo: sventura che ispir alla nostra poetessa i soli suoi componimenti che abbiano qualche accento veramente poetico, cinque sonetti per la morte del figlio (1779), nei quali singhiozza il disperato dolore materno. Tornano invano nel loro giro le ore nelle quali ella porgeva le consuete cure al bambinello:
Figlio, mio caro figlio, ahi! l'ora  questa
Ch'io soleva amorosa a te girarmi,
E dolcemente tu solei mirarmi
A me chinando la vezzosa testa.
Del tuo ristoro indi ansiosa e presta
I' ti cibava; e tu parevi alzarmi
La tenerella mano, e i primi darmi
Pegni d'amor: memoria al cor funesta!..,.
Altra volta gli sembra di averlo ancora accanto, vivo:
Sola fra miei pensier sovente i' seggio,
E gli occhi gravi a lagrimar m'inchino,
Quand'ecco, in mezzo al pianto, a me vicino
Improvviso apparir il figlio i' veggio.
Egli scherza, io lo guato, e in lui vagheggio
Gli usati vezzi e 'l volto alabastrino;
Ma, come certa son del suo destino,
Non credo agli occhi, e palpito, ed ondeggio.
Ed or la mano stendo, or la ritiro,
E accendersi e tremar, mi sento il petto,
Finch il sangue agitato al cor rifugge.
La dolce visione allor sen fugge;
E senza ch'abbia dell'error diletto,
La mia perdita vera ognor sospiro.(27)
Circa questo tempo la si ritrova anche in corrispondenza poetica col vecchio latinista e poeta beneventano, l'abate Filippo de Martino, che la celebrava in una sua enumerazione dei letterati napoletani:
Altera quae Sappho, nec te, Fonseca, silebo,
Quam decimam dixit Grcia Pieridum,
Qu concepta Tagi, sed Tibridis orta, virenti
Littore Sebethi deinde iugata viro;
De patria certant septem urbes dulcis Homeri:
Post aliquot de te scula, tres fluvii!(28)
Ma in Eleonora, come ben disse Vincenzo Cuoco, "la poesia formava una piccola parte delle tante cognizioni che l'adornavano"; e col passare dalla prima giovinezza, parve dalla poesia sempre pi distaccarsi, concentrandosi in quegli stud che allora attiravano i pi nobili intelletti.
La sua cultura nelle scienze matematiche, fisiche e naturali era, certo, sopra del volgare. Stud di moda, com' provato dalle molte donne che li coltivavano con grande predilezione in Napoli: la principessa di Colubrano Faustina Pignatelli, Giuseppa Eleonora Barbapiccola, Isabella Pignone del Carretto, Maria Angela Ardinghelli. "Mathematicis, astronomia praesertim apprime imbuta", dice della nostra Eleonora un contemporaneo;(29) e come "donna mattematica" si trova non so bene se lodata o schernita nei tempi della sua miseria.(30) Era amica di Vito Caravelli, che fu poi maestro del principe ereditario,(31) e del De Filippis, del Falaguerra e di altri scienziati napoletani. Ebbe a pregiarne il valore Lazzaro Spallanzani nei viaggi scientifici che condusse, circa quel tempo, per l'Italia meridionale.(32)
Per quanti legami tali scienze si uniscano con le discipline sociali era a lei ben noto, e pi volte vi torna sopra nei suoi scritti. Ma a campo principale della sua attivit aveva prescelto gli stud di economia e di diritto pubblico, che formavano il tramite per mezzo del quale la gente colta napoletana partecipava allora alla vita pubblica del proprio paese. Come sconoscere l'efficacia politica dei Filangieri e dei Pagano, dei Galanti e dei Conforti, dei Palmieri e dei Delfico?
Compose in quel tempo un libro di argomento economico, che non pare fosse messo a stampa, o almeno non si conserva nelle biblioteche ed  ignoto ai bibliografi. "Una dama napoletana (scrive il Gorani, che visit Napoli tra il 1786 e il 1788), la quale s' prima fatta notare per alcune poesie piacevoli ed ingegnose, e s' poi dedicata a stud aridi ma importanti, donna Eleonora de Fonseca Pimentel, ha scritto un libro sopra un progetto di banca nazionale, dove sono idee molto profonde, che potrebbero interessare gli uomini pi istruiti in tali materie"(33)
Ma resta invece un saggio delle sue conoscenze di diritto pubblico nella traduzione e comento della vecchia e classica dissertazione del Caravita: Nullum ius pontificis maximi in regno neapolitano,(34) che la recente abolizione della chinea aveva richiamato in vita.(35) Ai molti scritti che comparvero allora da una parte e dall'altra,(36) volle contribuire l'Eleonora col suo lavoro, diretto specialmente ad opposizione di una Breve istoria del dominio della sede apostolica nelle Sicilie di un avvocato della corte pontificia, e pubblicato con dedica al re il 1790, nell'anniversario dell'abolizione di quel vergognoso segno di vassallaggio. La traduzione  ricca di aggiunte fatte dalla traduttrice (contrassegnate con asterischi), che adattano il testo alle nuove polemiche. Nella prefazione l'Eleonora espone, come ora si direbbe, la storia della questione, dall'opera del Danio del 1701 e da quella del Caravita del 1707 agli scritti del Giannone, "illustre campione e martire della causa nazionale", di cui si pu ben dire "ch'egli abbia con i suoi scritti formata quasi di noi una nuova Nazione", all'opera del Troyli, a quella anonima degli Abusi ch' attribuita all'avvocato Brusconi, a quelle del Rapolla, di Ginesio Grimaldi e del contemporaneo Giuseppe Cestari. "Sar certamente (ella dice) la quistione della feudalit di un regno, oggetto o di stupore o di riso alla generazione futura e materia pi da eruditi dissertatori che da politici o da giuspubblicisti: pur noi dovremo sempre in ugual modo rispettare ed ammirare coloro, i quali hanno nella loro mente saputo anticipare a s medesimi quest'epoca e merc l'opera loro condurla a noi". Ma il volume pubblicato non era se non il saggio dell'opera completa, che doveva contenere una serie d'illustrazioni in appendice al testo del Caravita, i cui posti sono segnati da numeri romani, e una speciale dissertazione della traduttrice nella quale avrebbe guardato la questione sotto nuovo aspetto, ossia avrebbe esaminato "la natura de' trattati, che possono passare fra popolo e popolo, e quindi fra principe e principe". E avrebbe indagato in primo luogo se tali trattati "possano giammai essere o irredemibili o invariabili"; in secondo luogo, mostrato l'impossibilit di trarre regole per le relazioni dei popoli e dei princip dal giure dei tempi di mezzo; e finalmente si sarebbe provata a interpretare la natura dei fatti accaduti tra i normanni e i pontefici, secondo i documenti originali e l'indole di quei tempi. Per isfortuna, la sua malferma salute le imped di metter subito a stampa il resto del lavoro, e gli avvenimenti che incalzarono resero presto impossibile di pubblicarlo dipoi. Ma a quale indirizzo politico appartenesse Eleonora si pu vedere da questi rapidi aforismi, che traggo da una delle note apposte alla traduzione: " sempre una fallace maniera di ragionare (ella scrive) quella di argomentare dagli stabilimenti del diritto privato, cangiabili secondo le varie circostanze e le varie idee dei popoli o dei legislatori, a quelli del diritto pubblico, fondato sulla natura ed i diritti dell'uomo e le relazioni che da questi costantemente derivano nell'associazione di ciascun uomo cogli altri suoi simili. Il Regno non  padronato, non  primogenitura, non  fedecommesso, non  dote: il Regno  amministrazione e difesa dei diritti pubblici della nazione, conservazione e difesa dei diritti privati di ciascun cittadino. Per questa amministrazione e per questa conservazione ci vogliono delle leggi, dunque la facolt legislativa nel Principe; per questa duplice difesa ci vogliono delle forze, dunque la forza militare e civile nel Principe; per queste forze ci vogliono delle rendite, dunque i tributi al Principe; e i tributi hanno perci una misura relativa e proporzionata ai bisogni, non sempre eguali, della Nazione".(37) Con che possiamo quasi ricostruire la dissertazione rimasta inedita.
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Paragrafo 2.
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La giacobina. (1792-1799).
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Come mai questa donna, che ancora nel 1790 appare sostenitrice dei diritti del principe ed encomiatrice di re Ferdinando, e premiata e pensionata dalla corte per la sua opera sulla chinea,(38) qualche anno dopo si cangia in un'ardente giacobina, che ordisce congiure contro lo stato ed ha parte non piccola nella rivoluzione repubblicana del '99? All'osservatore superficiale la cosa potr destare stupore; e qualcuno non ha mancato, con intenzione che vorrebbe essere sagace o maliziosa ed  semplicemente gretta e volgare, di raffrontare le lodi, tribuite pochi anni prima ai sovrani, con le parole acerbe, scritte con rapida mutazione di stile pochi anni dopo. Ma, all'occhio dello storico, gli uomini di quel periodo di transizione, che adempirono parti tanto varie e perfino opposte, svelano una fisonomia dai tratti assai fermi.
Le tempre intellettuali hanno di codesti trapassi da un estremo all'altro, che sembrano contraddizioni e sconclusioni, e sono invece accordi e conclusioni intime. Tra l'idealismo monarchico e l'idealismo democratico, tra il culto fantastico di Numa e di Augusto e quello degli Spartani e dei Romani, c qualcosa di sostanzialmente comune: il desiderio del bene sociale; che, in un primo momento, viene cercato nell'opera altamente morale di un sovrano assoluto, concepito come il protettore del suo popolo, e, in un secondo momento, dissipata dall'esperienza la prima illusione, si ricerca invece nella forza popolare, vindice dei propri diritti e chiaroveggente indicatrice delle vie da seguire.
Lo spettacolo della rivoluzione francese, con la fede e gli entusiasmi che l'accompagnarono, sarebbe bastato da solo a introdurre a poco a poco nelle menti di molti napoletani questa nuova persuasione; ma ad affrettarla concorse, com' noto, la mutata politica dei sovrani di Napoli, che, quasi di colpo, misero da parte il programma delle riforme, composero alla meglio le contese con Roma (ginnastica fin allora di ardimento e di libert pei sudditi del Regno), adottarono una serie di provvedimenti restrittivi d'indole poliziesca, e volsero le loro cure agli armamenti e ai trattati di alleanze offensive e difensive. C'era di gi a Napoli un forte partito di scontenti, formato da varie categorie di persone, ma principalmente da coloro che mal soffrivano il soverchiare degli stranieri nelle cariche e negli uffici pi alti e gelosi, promosso dall'Acton e secondato dalla regina;(39) e questi scontenti guardarono subito con interesse ai rivolgimenti che s'andavano preparando. Ma c'erano anche gl'idealisti, che vedevano il governo allontanarsi dal programma fin allora seguito e acclamato, e lo stesso programma trovare un radicale e logico e inflessibile esecutore nel rivoluzionario popolo di Francia; ed erano tratti per conseguenza a disperare degli antichi metodi e ad acquistare fede nei nuovi: e che cos, tra quella sfiducia e quest'ammirazione, si venivano mutando da regalisti in giacobini. A questi ultimi, agli idealisti, appartenne la nostra Eleonora.
 probabile che, come tutte le persone "illuminate" di quel tempo, ella fosse gi ascritta alle societ massoniche, nelle quali, a Napoli e altrove, si gettarono i germi delle posteriori "societ patriottiche" e delle cospirazioni repubblicane.(40) E se si dovesse credere a una notizia, che a me sembra per altro poco sicura, sarebbe stata gi tra quei napoletani che, nel dicembre del 1792, si recarono sulle navi francesi del Latouche e accolsero i suggerimenti dell'ammiraglio e degli ufficiali francesi d'iniziare a Napoli un movimento rivoluzionario con societ segrete secondo la forma di Marsiglia.(41)
D'altra parte, si vuole che, quando Maria Carolina fece rubare da quel suo fido Luigi Custode le carte dell'ambasciatore francese Mackau per venire a conoscenza delle trame che si ordivano in Napoli, tra gli altri documenti compromettenti si rinvenisse una lettera di Eleonora.(42)
 assai difficile seguire le vicende dei singoli giacobini napoletani per la mancanza dei documenti processuali, che, com' noto, furono tutti distrutti per ordine di re Ferdinando nel 1803. Nei pochi frammenti che se ne sono salvati, e sui quali si  cercato di determinare i tratti principali di quel movimento, il nome di Eleonora s'incontra nel 1794-5, non gi tra quelli dei processati, ma di coloro che erano stati indicati dal reo di stato Annibale Giordano;(43) ed  poi certo, che non fu imprigionata fino all'ottobre 1798. Notiamo di passaggio che dal febbraio 1795 era rimasta vedova.(44)
Che ella fosse gi da tempo considerata come sospetta,  provato, del resto, dal racconto messo in istampa nel 1799, durante la repubblica, da un Giuseppe Albarelli, che era stato accusato di aver fatto la spia negli anni precedenti, e che infatti, com'egli stesso riconosce, aveva avuto molta intrinsechezza con le spie e i poliziotti della regina e della Giunta di stato. Ora un tal De Simone, agente del Giaquinto,(45) diceva un giorno all'Albarelli che il principe di Torella era giacobino. "Senti (gli spiegava), in questa occasione della Giunta di stato io ho diviso Napoli nei suoi quartieri. Ho notato tutte le case, che tengono conversazione in ciaschedun quartiere. Ho distinto le persone che vanno a ciascuna conversazione, e quelli che variano or questa or quella casa. In tal modo tengo il quadro civile di tutta Napoli; ed ho combinato le mie operazioni di appurar cos per la Giunta di stato, col decidere de' caratteri delle persone per la frequenza del tratto fra loro". - Ma com' nato il sospetto del giacobinismo di Torella? domand l'Albarelli. - E il De Simone, di primo moto: - "Perch frequenta madama Fonseca Pimentel".(46)
E qualche altra notizia ci  pervenuta per tutt'altra via. Eleonora aveva coltivato sempre relazioni coi compatrioti del suo paese d'origine, e specialmente coi componenti dell'ambasciata di Portogallo in Napoli. Era da molti anni ministro portoghese alla corte di Napoli il commendator don Giuseppe de S Pereira, amico della Eleonora, per mezzo della quale il Metastasio soleva mandargli i suoi saluti; come per mezzo del De Losa, segretario d'ambasciata, ella aveva fatto pervenire alcune sue composizioni al poeta cesareo.(47) Nel 1798 il ministro De S si trovava in licenza a Lisbona, e in Napoli lo sostituiva come incaricato di affari il segretario don Giuseppe Agostino De Souza, parimente amico e intrinseco di lei.
Ora il De Souza, scrivendo al suo superiore De S per informarlo privatamente di ci che accadeva in Napoli, gli parlava della loro comune conoscenza donna Eleonora de Fonseca, e come fosse accesa per le cose della politica, e dei poco cauti discorsi che le uscivano di bocca. A "questa donna quanto dotta altrettanto pazza, imprudente e sciocca" (tale, dal suo punto di vista, doveva sembrargli), il De Souza non cessava di raccomandare calma e moderazione, di non impacciarsi di ci che non la riguardava, di badare a non incorrere in qualche grosso guaio. Ma erano ammonimenti inutili, e ai princip di ottobre del 1798 il De Souza dava la notizia che l'Eleonora s'era fatta mettere in prigione. A dir vero, non la credeva capace di complotti, ma di sole imprudenze; tuttavia, dal modo com'era stata arrestata, conveniva supporre che il governo napoletano avesse indizi sicuri, ed in questi tempi di depravazione generale (egli soggiungeva) era stato ben fatto carcerarla.(48)
Eleonora, arrestata, dunque, in circostanze e per cagioni che non conosciamo esattamente, fu condotta alla Vicaria, in quella prigione che si diceva del "Panaro", dove stavano rinchiusi altri sospetti di giacobinismo.(49)
Ma era destino del De Souza che le relazioni con la sua ardente compatriota dovessero attirargli qualche fastidio. Dalle prigioni della Vicaria, Eleonora gli diresse una lettera in lingua portoghese. La lettera fu sequestrata; e, quantunque non poco oscura e misteriosa, apparve da essa non solo la grande intrinsechezza fra il diplomatico portoghese e la rea di Stato, ma anche che quest'ultima aveva ricevuto, per mezzo del De Souza e pel tramite della legazione portoghese, un carteggio riconosciuto sedizioso. Il governo napoletano scrisse subito al suo ambasciatore a Lisbona di fare vive rimostranze per tale accaduto al governo portoghese; e quel primo ministro Pinto, dolentissimo pur del semplice sospetto, si affrett a dare ordine all'incaricato di mettersi a disposizione del governo napoletano per chiarire il suo operato. Vero  che pi tardi, il De Souza pot provare la sua innocenza.(50)
I prigionieri politici sospiravano in quegli anni col loro poeta, Ignazio Ciaia:
Gallia, chi t'ama di catene  cinto;
Gi l'urna e il ferro la vendetta chiama;
Gallia, t'affretta! Se pi tardi, estinto
Vedrai chi t'ama!(51)
Ma, poco dopo che l'Eleonora era stata gettata in carcere,(52) seguiva rapidamente la catastrofe della monarchia di Napoli: la deliberazione della guerra contra la Francia, l'entrata in campagna dell'esercito napoletano sotto il Mack il 24 novembre, la riscossa offensiva dei francesi cominciata il 5 dicembre, e la fuga di re Ferdinando in Sicilia il 23 di quel mese.
Per effetto di questi rivolgimenti, ella riacquistava la libert, a mezzo del gennaio 1799, quando i lazzaroni, mossi alla notizia dell'armistizio di Sparanise concluso dal vicario generale Pignatelli, si armarono ed aprirono le carceri; donde vennero fuori, misti coi delinquenti comuni, i perseguitati politici. E, tosto uscita dal carcere, prese parte con gli altri patrioti alla formazione di quel comitato centrale, che, fra i tentativi di governo aristocratico degli eletti della citt e l'anarchia plebea, raccolse gli sforzi dei fautori della repubblica democratica e si mise in comunicazione con lo Championnet per mezzo degli esuli napoletani, che accompagnavano da militari e da consiglieri l'armata francese.(53)
Nei giorni del combattimento, Eleonora si trov con gli altri patrioti nel castello di Sant'Elmo, la cui occupazione fu il maggiore aiuto che quelli dell'interno della citt porsero all'armata "liberatrice".(54) Com' noto, il 19 gennaio, con abile stratagemma, furono cacciati dal castello, o disarmati, i lazzaroni e i villani dei contorni che se n'erano impadroniti; e in quel giorno e nel seguente vi accorsero, per ricovero e per presidio, i patrioti da ogni parte della citt. Il giorno 20 vi entrarono, tra i molti, i due Riari, il Logoteta, il Bisceglia, lo Schipani, Vincenzo Pignatelli, e parecchie donne, a capo delle quali Eleonora.(55) Il 21 si vide sventolare sul castello la bandiera francese, e al tempo stesso l'esercito dello Championnet, diviso in tre colonne, mosse all'assalto di Napoli.
Si pu immaginare con quanta ansia, con quale alternazione di speranze e di timori, i patrioti, dall'altura di Sant'Elmo, seguissero i movimenti delle colonne francesi e spiassero gli attruppamenti dei lazzari, gl'incendi delle case, le formazioni delle barricate, i var episodi della lotta sanguinosa che si combatteva in tanti punti della citt. I colpi dei cannoni del forte servivano da segnale e indicazione agli assalitori. E quei colpi anche costrinsero i lazzari ad abbandonare il posto dal Reclusorio, che i francesi occuparono. Pi tardi, nello stesso giorno 22, un distaccamento francese, con a capo il napoletano Pignatelli, partendo da Capodimonte, dopo molte perdite, giungeva, trafelato, malconcio, pieno di feriti, in Sant'Elmo; ed era accolto a festa, tra le grida di "Viva la Repubblica". Dopo un breve riposo, quel distaccamento, tra le ore 21 e 22, accompagnato da cinquanta patrioti, scese per la via dei Settedolori, coll'intenzione di riunirsi con la colonna che si dirigeva al largo dello Spirito Santo; ma l'avanzare era aspro tra la grandine dei colpi che uscivano dalle case, e, al calare della notte, fece ritorno al castello. Senonch, dei patrioti non si videro tornare i due giovani, Francesco Palomba e Antonio Moscadelli, restati morti per via. Il giorno 23, il cannone di Sant'Elmo spazzava il largo di Castelnuovo e sosteneva l'assalto e la presa di quel castello, eseguiti dalla divisione del Kellermann, con l'aiuto di patrioti napoletani.
Fra i tuoni del cannone, nasceva intanto lass, in Sant'Elmo, la Repubblica Napoletana. La mattina del 22, i patrioti si erano radunati sulla piazza del castello. Qui fu piantato l'albero della libert, dichiarata la decadenza della monarchia, e proclamata la Repubblica Napoletana una e indivisibile, sotto la protezione della "grande nazione francese". I patrioti approvarono il progetto di decretazione presentato dal cittadino Giuseppe Logoteta.(56) Ed Eleonora che, scossa e concitata dagli Straordinari avvenimenti, aveva composto, in Sant'Elmo, un Inno alla Libert, lo declam tra gli applausi, ripetendo tutti a coro le strofe di odio ai re e di giuramento alla Libert.(57)
Appena posate le armi e occupata la citt dai francesi, i patrioti di Sant'Elmo, lo stesso giorno 23, presentarono allo Championnet, insieme con le deliberazioni da essi prese, un elenco di nomi di persone sulle quali si poteva contare per gli uffici da istituire prontamente.(58) Cosicch pu dirsi che dalla vecchia rocca angioina uscirono, belli e formati, il governo provvisorio e la rappresentanza municipale della nuova Repubblica.(59)
Ed usciva anche, da Sant'Elmo, con Eleonora de Fonseca Pimentel, la giornalista della Repubblica.
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Paragrafo 3.
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La giornalista. (gennaio-giugno 1799).
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Questa parte s'era scelta Eleonora, in quel fervore d'operosit dei patrioti napoletani al primo stabilirsi della Repubblica, in quei bei giorni del gennaio '99 che fecero palpitare tanti cuori generosi, e in cui tante variopinte speranze impennarono l'ale per l'azzurro cielo partenopeo.
Il Monitore napoletano fu subito annunziato.(60) Il 14 piovoso, ossia il 2 febbraio, ne comparve il primo numero (un foglio di quattro grandi pagine con supplemento), che cominciava con un grido di giubilo: "Siam liberi in fine, ed  giunto anche per noi il giorno, in cui possiamo pronunciare i sacri nomi di libert e di uguaglianza, ed annunciarne alla Repubblica Madre come suoi degni figliuoli; a' popoli liberi d'Italia e d'Europa, come loro degni confratelli".
Oltre il Monitore, furono iniziati in quegli stessi giorni, e nei mesi seguenti, molti altri giornali, tra i quali un bilingue Corriere di Napoli e Sicilia, ch'era sussidiato dal Governo e dur poco.(61) Fu allora come il natale del giornalismo politico di Napoli. Prima di quel tempo, si pubblicavano alcuni aridi notiziari con le nuove dei paesi esteri e con pochi ragguagli sulle cerimonie di corte, le feste, le recite dei teatri, le vestizioni monacali e simili materie; mentre continuava l'uso degli "avvisi" manoscritti per le notizie pi recondite o scandalose. La stampa politica venne introdotta in Italia con le repubbliche italo-francesi; ed  noto che di uno dei principali giornali cisalpini, del Termometro politico di Lombardia, fu direttore, per un pezzo, un esule napoletano, il calabrese Francesco Salfi. In queste gazzette, straniere e italiane, che i patrioti napoletani con tanta avidit e tanto pericolo solevano divorare negli anni delle persecuzioni, Eleonora trovava i suoi precedenti e modelli.(62)
Il Monitore offre tutta la vita della Eleonora durante la repubblica. Usciva, di regola, due volte la settimana, il marted e il sabato; e gli articoli e le osservazioni sembra fossero scritti interamente da lei, non apparendovi nessun altro nome n sapendosi di altri redattori.
Non distrazioni, non discorsi di letteratura o astratte discettazioni, come in altri giornali anche di quel tempo. Il Monitore va rapido e diritto, concentrato e assorbito nelle questioni essenziali ed esistenziali che si affollarono in quei pochi mesi, i quali per intensit di vita valsero parecchi anni. E in esso ritroviamo le fuggevoli gioie, le ansie prolungate, i propositi e le aspettazioni dei patrioti napoletani, manifestate per mezzo della voce della loro virile compagna, con la forma e il colorito individuale che prendevano nell'animo di lei.
Uno dei problemi vitali della nuova repubblica erano le sue relazioni con la repubblica madre, ossia con la Francia, e col corpo d'occupazione francese. Ma di ci, per ragioni di molteplice prudenza, non si poteva discorrere in pubblico. Fin dalla met di febbraio, il governo provvisorio aveva spedito a Parigi i suoi deputati per compiere pratiche rivolte a ottenere l'indipendenza del nuovo stato;(63) e sforzi non piccoli si facevano presso l'autorit militare francese per l'alleviamento delle stolte e inique contribuzioni di guerra e contro le spogliazioni compiute da ufficiali e impiegati. - Il Monitore non manc di applaudire al decreto di espulsione onde lo Championnet colp il commissario Faypoult per "la costui sfacciata audace ruberia";(64) e pi tardi pubblicava la bella lettera che lo Championnet, nel partire, aveva diretto ai cittadini napoletani, quasi invito a resistere ai soprusi degli inviati del Direttorio. A mezza voce, richiamava l'attenzione sopra qualche fatto scandaloso, quasi per intimidire i colpevoli: cos, nel marzo, come semplice notizia, pubblicava la rapina fatta dal general Duhesme del danaro dei privati portato dal procaccio di Lecce; e, nella stessa guisa, l'appropriazione poco cerimoniosa, commessa dall'altro generale, il Rey, che aveva mandato a prendere per suo conto le decorazioni e collane del Toson d'oro, esistenti presso l'ufficiale del carico: suscitando l'una e l'altra volta proteste, e sembra finanche il sequestro del giornale.(65)
Ma libera aveva la parola rispetto all'altro problema capitale, ch'era la politica da tenere verso la plebe della citt di Napoli, vinta e fremente; ed Eleonora ne fece uno studio amoroso, e torn con insistenza sulle proposte che aveva meditate. Bene riconosceva, e da animo forte si rallegrava, che "il popolo napoletano, allorch insorse alla resistenza, se mostr accecamento di ragione, svel insieme un vigor di carattere che ignoravano in lui gli stessi suoi connazionali". E guardando al simile spettacolo nelle provincie: "sono le funeste insurgenze dei nostri dipartimenti" (ella scriveva) "una forza mal applicata s, ma forza son di carattere. Piangendo in esse i dolorosi effetti di un carattere viziato da tanti secoli di assurdo sistema politico e dalla recente corruzione... consoliamone almeno gittando gli sguardi sul felice avvenire, che ne presenta questo carattere stesso, rettificato, regolato dalle salubri leggi repubblicane, e rivolto non a dilacerare, ma a sostenere e difendere la patria".(66)
Per isfortuna, "una gran linea di separazione" disgiunge presso di noi "la numerosa minuta popolazione della citt" e quella "pi rispettabile delle campagne" dal rimanente del popolo; e in ci  la causa degli ultimi moti e della presente inquietezza. "La plebe tuttavia diffida dei patrioti, perch non gl'intende".(67)
Quali fossero i motivi intimi e reali di questa diffidenza a lei sfuggiva; e, mettendoli in una semplice differenza di linguaggio e di cultura, non cessava di battere sulla necessit di farsi intendere dal popolo per conciliarlo col nuovo ordine di cose.
Molteplici espedienti escogitava diretti a questo scopo. Fin dal secondo numero, esortava a scrivere "civiche allocuzioni" in dialetto; e nel numero seguente poteva rallegrarsi di una "ben intesa graziosissima arringa (al popolo) pubblicata 'li 15 de lo mese che chiove dall'amico dell'omino e de lo patriota'". Pi oltre, usciva a proporre una gazzetta vernacola con estratto delle notizie pi importanti e delle leggi e dei provvedimenti del Governo, volendo per giunta "che questo foglio sia ne' d festivi letto in tutte le chiese di citt e di campagna; che le sei nostre municipalit tengano ciascuna degli uomini pagati apposta per leggerlo il dopopranzo ne' gruppi del popolo; e che questo metodo della centrale sia comune a' dipartimenti".(68) Anche questo suo desiderio fu in parte contentato; e il buon prete Michelangelo Cicconi venne pubblicando La Reprubbeca spiegata co lo santo Evangelio, mentre l'altro patriota, il cittadino Gualzetti (autore della popolare riduzione italiana del dramma di Adelaide e Comingio), dava fuori anch'egli un foglio napoletano, con notiziario e spiegazioni dei princip della societ, dei doveri dell'uomo e del cittadino e delle altre massime democratiche.(69) Proposte consimili erano quelle di concioni in dialetto (oltre il capolazzaro Michele il pazzo, ne tenne alcune, molto felici, il poeta Luigi Serio), e, perfino, di riduzioni democratiche dei teatrini delle marionette e dei castelletti di burattini, i quali, invece delle gesta dei paladini, avrebbero dovuto rappresentare drammi e cantare canzoni patriottiche.(70)
L'altra molla che Eleonora voleva adoperare era la religione. E proponeva perci "missioni civiche, siccome ve n'erano prima delle semplicemente religiose" (le "missioni", che ancora oggi i padri "liguoristi" fanno nei paeselli del Napoletano); e chiedeva a tal fine l'aiuto "dei nostri non men dotti che civici e zelanti ecclesiastici", e si rallegrava quando il governo nomin una commissione di sacerdoti per comporre un Catechismo di morale all'intelligenza di tutto il popolo.(71) Ma una profonda impressione sulla religiosit del popolo credeva che sarebbe stata prodotta dal miracolo di san Gennaro. Si legga quel che scrisse per il miracolo ricorrente nel maggio, vigilato con tanta cura dai francesi e dai patrioti:
 degno dell'attenzione di ogni buon Cittadino, merita di aver luogo nella filosofia della Storia, la sensazione per gradi ricevuta dal Popolo sabbato scorso in occasione del consueto miracolo di san Gennaro; e deve esser riferita ogni parola detta allora da lui....
Il Popolo Napoletano.... serbava tuttavia nell'animo pel nuovo sistema quel non so che di acerbezza, ch' figlia del dolore della sconfitta. La cosa pi difficile per ciascun uomo  quella di persuadersi di non aver ragione. Con giudizio visibile san Gennaro doveva ora decidere il gran piato tra questo sistema ed il Popolo: vedeva questo con piacere l'omaggio prestato al suo Patrono celeste dal Commessario e dal Generale francese, ed avendo per certo che il Santo avrebbe, col ricusar il miracolo, giudicato per lui, tripudiava anticipatamente, e dalla presenza del Commessario e del Generale traeva una gioia di pi al suo futuro trionfo. Ma dieci minuti non passano, e l'umore appar liquefatto dentro l'ampolla. Nel primo momento, sorpresa e stupore! Nel secondo, perplessit. Nel terzo, decisione e slancio alla gioia. "Pure san Gennaro si  fatto giacobino!": ecco la prima voce del Popolo. Ma pu il Popolo napoletano non essere quel ch' san Gennaro? Dunque.... Viva la Repubblica! Le devote spettatrici riflettono, che questa  la prima volta ch' pur ad esse permesso di assistere al miracolo;(72) lagrime di tenerezza vengono loro su gli occhi. Esse sostengono allora che vennero anche al generale Macdonald, e sostengono che per asciugarle egli appose il fazzoletto: gli sguardi femminili si fissano su lui, comincia un favorevole bisbiglio, ed un paragone, che il fu re non accompagn mai la processione di san Gennaro, e l'ha ora accompagnata il Generale ed il Commissario organizzatore: il Popolo si affratella colla Guardia Nazionale; mille amorevolezze seguono fra l'uno e le altre: tutto il sabbato, tutta la domenica sera, in fin da quel punto in poi, la Carmagnola  la canzone di tutte le bettole.(73)
E, notando l'opportuna presenza del generale Macdonald e del suo stato maggiore, lamentava che i componenti del governo della repubblica fossero mancati, e che dall'avvenuto miracolo non si fosse tratto tutto il vantaggio che si poteva, con le prediche che avrebbero dovuto seguire nelle chiese per renderne chiaro al popolo il significato e per mettere in risalto i molteplici segni dati dal cielo a favore dei francesi e contro il tiranno. Conchiudeva con la speranza che non si sarebbe dai patrioti lasciata sfuggire l'occasione della prossima festa del Corpus Domini, per operare sullo spirito popolare.
In verit, il male era pi profondo che non pensasse la nostra Eleonora; la quale prendeva troppo alla lettera il proverbio che il popolo  un gran fanciullo. Non era gi che il popolo diffidasse dei patrioti, perch non gl'intendeva: meglio si sarebbe detto che non voleva intenderli perch ne diffidava. Il sospetto verso le "giamberghe" ossia verso la borghesia, era insito per vecchie esperienze accumulate. La gagliarda difesa delle giornate di gennaio aveva avuto uno spiccato carattere proletario contro il duplice sfruttatore, lo straniero che il popolo non vede e non concepisce se non come tale, e la gente "civile", sua fautrice all'interno. E fu allora che si sent questa sentenza, detta dai lazzari e che uno scrittore del tempo ci ha conservato: "N'auto iuorno che durava, se sarria arriccuto Napole!".(74) La stessa pronta conversione e sottomissione del 23 gennaio  cosa solita nei movimenti proletari anarchici e incoscienti.
I giornali vernacoli, la letteratura educatrice in dialetto! Ma il popolo, quando ha bisogno di letteratura, se la fabbrica da s stesso assai bene. E, qualche mese dopo, sapeva comporre versi sinceri ed entusiastici, per esempio su questo andare:
A lu suono de la grancascia,
Viva sempe lu popolo bascio!
A lu suono de li tammurrielli,
So risurte li puverielli!
A lu suono de le campane,
Viva viva li pupulane!
A lu suono de li violini,
Sempe morte a' Giacobbini!....
O come questi altri, che non sono privi di vigore, coi quali i lazzari salutarono re Ferdinando al suo ritorno, abbattuta la repubblica:
Sign, mpennimmo chi t'ha traduto,
Privete, muonace e cavaliere!
Fatte cchi, fatte cchi ll,
Cauce nfacce a la Libbert!(75)
Se i giornali vernacoli popolari consigliati da Eleonora e messi in atto da altri ingenui, restarono senza efficacia, a che cosa poteva condurre l'altro espediente di chiamare coadiutore il clero? I predicatori liberali, specialmente frati francescani, e i preti che si ascrissero alla guardia nazionale (come Nicola Pacifico e Ignazio Falconieri), destarono lo scandalo religioso del popolino;(76) che per contrario fu dipoi assai edificato da quelle figure brigantesche di preti e frati con sciabole e pistoloni ai fianchi, che ai giorni del cardinal Ruffo fecero bella mostra di s per le vie di Napoli. - E l'intervento di san Gennaro? Valse a screditare il santo a beneficio del suo collega il portoghese Fernan Belen, ossia sant'Antonio di Padova, che agli occhi della plebe difendeva una causa assai migliore.(77)
L'animo buono di Eleonora rifugg sin dal principio con orrore dalle terribili repressioni fatte dai francesi delle insurrezioni nelle provincie:
Ma qual sar il rimedio a tanto e s terribile male? Brugiar le Comunit, fucilar chiunque porti le armi? No. In molti comuni i pacifici Cittadini sono stati obbligati a prenderle dagli stessi insurgenti, ed han dovuto obbedire per non esser fucilati col fatto; in molte le han prese per difender s stessi. Dunque bisogna punire i faziosi, disingannare la generalit. Bisognerebbe perci, che colle armi francesi si accompagnassero quai commissar del Governo de' nostri Cittadini, i quali, ministri di pace, potessero proclamar il perdono alle comuni che rientreranno nell'obbedienza; che potessero proclamar a nome del Governo una legge utile alle provincie: e questa  l'abolizione della feudalit; e coll'una e coll'altra legge, e colla loro stessa missione, dar una pruova di fatto che Napoli  sotto un Governo Repubblicano, e che questo governo  pi utile a' Popoli.
E dopo avere rammentato gli esempi recenti della Vandea, e le opposte opinioni del Vergniaud e del Robespierre, e l'opera pacificatrice dello Hoche, esortava:
Non gittiamo di grazia nel cuor della nostra "plebe" delle Provincie un seme di dispetto e di risentimento, che per quella tenacit con cui ogni plebe, e pi quella delle campagne, ritiene le impressioni una volta ricevute con qualche forza, pu in lei propagarsi da generazione in generazione, e tenendola sempre divisa ed indispettita col resto de' cittadini, preparare lunga e rinascente serie di privati delitti e di pubbliche disgrazie.(78)
In un altro numero, riferendo le notizie di Abruzzo e le imprese delle bande del Pronio, faceva valere le ragioni attenuanti:
Invitiamo qui il nostro filosofico Governo ed i nostri Concittadini ad una riflessione. Grand' il delitto di tali insurgenti nell'insorgere, nel saccheggiare le case de' patrioti, attentar sulle persone della Municipalit e portarle in arresto: poteva per esser pi grande, potevano trucidarle. Or dev'esser un principio di giustizia legislativa ed amministrativa, di tener conto a' rei di ogni atrocit che potevano e non hanno commessa; perch giova alla societ che anche in mezzo al delitto il reo si trattenga e non commetta l'ultimo eccesso: il reo mostra cos, o che tutto non sia spento in lui un interno sentimento di umanit, o che  frenato da salubre timore; e nell'uno e nell'altro caso mostra facilit o almeno disposizione al regresso. Se dunque la legge ha per iscopo di migliorar ciascun uomo, e per quanto  possibile diminuire le atrocit particolari, la giustizia amministrativa dev'esser sollecita pi di salvar i Cittadini col prevenir il delitto o gli ultimi eccessi del delitto, che di vendicarli; comandando la morale, la ragione, l'utilit de' Cittadini medesimi, che si opponga gran differenza fra Proni, che saccheggia, arresta, ma preserva la vita ai Cittadini, e coloro che gli han trucidati o gli trucidassero.(79)
E agli "insorgenti" rivolgeva direttamente la sua parola, infiammata di carit patria:
Cittadini, che in tante Comuni bagnate le mani gli uni nel sangue degli altri e, non arrossendo associarvi ad avvanzi di carcere e pubblici infestatori di strada, partecipate con essi del brutto titolo d'"insurgenti" contra la patria; perch pugnate e per chi? Non per l'aristocrazia ed il baronaggio, avverso il quale avete sempre reclamato; non pel fuggito despota, che tutti avevate in esecrazione e vilipendio; non pel nostro culto, la nostra Religione, che voi vedete intemerata ed intatta; non per le vostre sostanze, che cos disperdete a vicenda.
Qual biasimevole contrasto opponete ora Voi a 'vostri avoli de' tempi del gran Masaniello! Senza tanto lume di dottrine e di esempi, quanti ora ne avete, di Napoli le mosse, proseguirono i vostri avoli, insorsero da per tutto contro il dispotismo, gridarono la Repubblica, tentarono stabilir la democrazia, e per solo ragionevole istinto reclamarono i diritti dell'Uomo. Ora proclamano l'uguaglianza e la democrazia i nobili; la sdegnano le popolazioni!
Non vedete voi i vostri Vescovi, i vostri Parrochi, unirsi alla Repubblica ed inculcarvela come utile a Voi? Qual fantasma vi atterrisce ancora col nome dell'avvilito despota fuggitivo? Se tra gli od, onde siete reciprocamente accesi, e tra' delitti ne' quali v'immergete, deste campo alla verit dei fatti di pervenir sino a voi, sapreste che la squadra inglese non  pi in Sicilia, che quel despota, tremante, disarmato, destituito di forze e di mezzi, e non men di qui odiato col, anzicch poter venire a soccorrere e premiar voi, non trova chi soccorra e sostenga lui, e sta per fuggir o essere arrestato in Sicilia.(80)
Ma indarno! e pi tardi doveva annunciare, coprendosi il volto per l'orrore, le stragi di Andria e di Trani:
 pur troppo vero l'eccidio che i ribelli Tranesi han fatto de' patrioti il giorno innanzi della loro resa. Non vi sono parole n lagrime sufficienti a descriver e piangere o i delitti degl'insurgenti prima di esser vinti, o i delitti de' vincitori in Trani ed in Andria dopo averle prese. Tiriamo un pietoso velo su tutto.(81)
Finanche negli ultimi giorni, quando la Repubblica pubblic la legge sul sequestro dei beni degl'insorgenti da convertirsi per met in premi ai "difensori della Patria" ossia ai soldati repubblicani, ella protestava:
Sia permesso riflettere che questa legge, assai diversa da quella che aveva domandata la Sala Patriottica, nella maniera onde si truova compilata contiene una parte ingiusta, un'altra che potrebb'essere illusoria. Questa legge mette l'interesse della Repubblica, ch' di distinguere esattamente il pacato Cittadino dall'insurgente, in contrapposizione coll'interesse della truppa; la quale, per assicurar ed accrescere il suo premio,  obbligata a desiderare insorgenti da per tutto, ed il generale, per contentar la truppa, forse obbligato a trovarne di fatto. Promuove in materia cos delicata un giudizio tumultuario, qual  quello, che pu dar un Generale trascinato dall'azione velocemente da un luogo ad un altro, e nella necessit di non disgustarsi i suoi non soldati, ma volontari commilitoni.
 questa legge dunque quasi una intimazione di guerra, e condanna anticipata de' privati benestanti cittadini delle Comuni rivoltose, i quali ognun sa che formano sempre la classe pacifica e vorrebbero, ma non possono, slanciarsi verso la Repubblica per tema degl'insurgenti, quasi tutti (se se n'eccettuano pochi prepotenti) o ex-nobili o gente che nulla possiede e fa dell'insurgenza il pretesto della rapina.
Inoltre, se tutti o quasi tutti, posto che potessero avere cognizione della legge e maniera di avvalersene, dimandassero il perdono, quanto sarebbe il premio della truppa? Della giustizia e della magnanimit della Nazione  il determinare su' beni nazionali il premio a' "difensori della patria"; dessa poi co' processi alla mano per mezzo de' suoi tribunali "pubblicher" e dichiarer beni nazionali i beni de' privati insorgenti. Quanto  detto per la truppa in questo secondo caso, s'intenda detto per l'indennit giustissima e dovuta a coloro che han sofferto dall'insurgenza. Per nulla dire delle gare e gelosie che tra questi cittadini e la truppa potrebbero e dovrebbero sorgere nella divisione e distribuzione addossata al generale.(82)
Queste sue proposte e polemiche dovettero fermare l'attenzione, e il Cuoco le ricordava poi nel suo Saggio.(83) Ma se contengono molte parti giuste (specialmente circa le crudelt militari e le minacce alla propriet, e nell'insistere sull'utile che si sarebbe ottenuto con l'effettiva abolizione del feudalismo), non si pu dire che rivelino un'analisi troppo penetrante dei molteplici fattori concorrenti in quelle insurrezioni: moti proletari, irritazione per le contribuzioni prelevate dai francesi, dissoluzione dell'esercito regio che aveva sparso per le campagne i disoccupati, intrighi dei feudatari; e, in aggiunta a tutto ci, i Borboni in Sicilia, il cardinal Ruffo con un'armata di riconquista sul continente, e gli inglesi sul mare, che davano unit e indirizzo al moto delle insurrezioni: cose tutte che le rendevano, per la debole Repubblica, quasi invincibili.
Quanto era diversa nei metodi, e particolarmente nella tattica, la politica consigliata dal cardinal Ruffo e accolta dai sovrani! Il 3 marzo, il Ruffo scriveva da Monteleone al ministro Acton: "Infinite cose dovrei dire a V. E. riguardo alle cagioni che mi determinano a fare ci che faccio.... la prego a credere che le circostanze di utilit e necessit mi conducono, non gi la volont di beneficare o di dominare. Ho trovato che si lagnavano delle cose che trover abolite o sospese nell'editto da me emanato. Dei fiscali ho fatto qualche rilascio, anzi la met del focatico ed industria ai braccianti e poveri di quei paesi che si sono dimostrati i pi fedeli ed arditi ritornando al loro dovere, nutrendo sempre la gelosia fra il popolo e il ceto medio, ed esonerando il povero, che  veramente troppo caricato di pesi, ma non sciogliendolo interamente".(84) E, pochi giorni dopo, il 19 marzo, inviando la notizia della presa di Cosenza eseguita dalle sue bande: "Spero che il popolo basso abbia saccheggiato insieme con gli aggressori, e cos mantenga a freno i nobili ed i paglietti".(85) Il 23 marzo avvertiva ch'egli avrebbe riformato l'onciario (il catasto), "come quello ch' ingiusto e formato per cabala dei ricchi".(86) Il sistema produceva effetti cos portentosi che il Ruffo il 21 giugno, dal ponte della Maddalena, scriveva con qualche sgomento: "Spesso il pretesto  il giacobinismo,  l'affare che si nomina; ma veramente  la rapina che produce de' proprietari Giacobini".(87) E forse aveva dovuto gi sentire risonare intorno a s il canto dei sanfedisti:
Chi tene pane e vino,
Ha da esse giacubbino!(88)
La Repubblica non sapeva e non poteva mettersi per questa via: qualche tardivo accenno, come l'abolizione del dazio sulla farina, fu interpretato come indizio di debolezza:(89) sembra, per altro, che l'abolizione rapidamente attuata della gabella del pesce giovasse a guadagnare alla Repubblica "gli animi di quasi tutti i marinai ed i pescatori della capitale".(90)
Tornando al Monitore e guardando alla scarsa attivit legislativa che il nuovo stato pot spiegare, circa alla legge sui feudi Eleonora sostenne il disegno dell'Albanese, ch'era un compromesso tra il parere troppo moderato del Pagano e quello radicalissimo del Cestari, abolendosi per esso senza compenso i diritti proibitivi e lasciandosi ai baroni in piena e libera propriet la quarta parte delle terre feudali. "Adversus fures aeterna auctoritas esto", esclam il Logoteta, nel sostenere, dalla tribuna, la proposta dell'Albanese.(91) La legge sui banchi, elaborata dalla Commissione legislativa, a lei parve che non rispondesse alla pubblica aspettazione, perch "non fa che confermare, specificandone l'ipoteca, la legge con cui il passato Provvisorio aveva gi posto sotto la garanzia della Nazione il debito de' banchi, ma niun mezzo somministra per accelerare l'estinzione delle polizze e diminuir l'enormit dell'aggio, coll'accrescere la circolazione del danaro"; ed esponeva l'idea di "un buon cittadino", che consisteva nel bandire senza indugio la vendita dei beni nazionali da pagarsi con le polizze, le quali avrebbero per altro perduto il quarto del valore nominale e sarebbero state dichiarate nulle oltre un termine prescritto.(92) - Delle questioni costituzionali (si sa che Mario Pagano prepar un disegno di statuto) non ebbe tempo di toccare; e solamente nell'occasione della riforma introdotta dal commissario Abrial, che divise il governo nelle due commissioni legislativa ed esecutiva, ella osservava: "Cos vien gi a stabilirsi, nella forma se non nel numero, la futura pianta costituzionale".(93)
Eleonora credeva che si potesse formare un esercito repubblicano per virt di entusiasmo e di arringhe infiammatorie. E quando fu messa insieme un po' di guardia nazionale, bisogna leggere come subito ella la trasfigurasse e abbellisse nell'ansiosa fantasia:
Present la giornata di luned il pi vago spettacolo all'occhio, il pi dolce al cuore del vero Cittadino. Il Generale in capo nel passar rivista alla truppa Francese e Cisalpina, la pass ancora alla nostra truppa Nazionale. Le tre legioni gi formate di questa, dopo esser passate in marcia per molti quartieri, si schierarono tutte a doppia riga di fronte dal largo di San Nicola alla Carit fino a quello delle Pigne, e componevano tutt'insieme il colpo d'occhio pi sorprendente, pi piacevole e pi maestoso. L'aria marziale e vivace, che stava ne' loro volti, la stessa variet dell'abito, che, non ancora tutto in uniforme militare, additava appunto una truppa civica e dove ciascuno  sull'armi, non perch soldato, ma perch cittadino; l'ondeggiare de' pennacchi, il concorso degli spettatori ne' balconi e su le strade, la giornata coverta e non molestata n da sole n da vento o acqua, tutto concorreva ad accrescerne la gioia. Il vario suono delle belliche marce, il veder questa truppa creata ad un tratto quasi un miracolo della libert, faceva insieme tenerezza e meraviglia. Qual madre non si sent allora capace di dire, come le Spartane, quando ai figli presentavan lo scudo: "Torna o con questo o su questo"; qual donzella non desider, come le Sannitiche, di esser per mano della patria data in premio al pi forte? Nuove arie, nuove fisonomie, nuovi volti: cominciamo alfin noi a comprendere con immagini sensibili le descrizioni, che gli antichi Greci ne lasciarono dell'aspetto e del contegno de' loro eroi; quegli eroi, e chi gli descrisse, eran uomini liberi.(94)
La sua gelosia per la purit repubblicana di queste milizie era tale che, quando sorse il pensiero di formare nella guardia civica un corpo di cavalleria, Eleonora diresse una lettera al Cittadino Presidente combattendo la proposta come antidemocratica, perch una truppa nazionale a cavallo non si sarebbe potuta comporre se non di ricchi, turbando l'eguaglianza e indebolendo le garanzie della libert. Consigliava piuttosto "che i giovinetti di cos comoda fortuna che il possono, abbiano cavallo o cavalli; se n'esercitino alle corse, a' giuochi, a' maneggi; v'invitino pure i giovani di minor fortuna, che non possono averli; se gli associno, seco loro si addestrino, si svezzino tutti dall'abuso di comparir per le strade su due o quattro ruote. La pubblica opinione, la derisione de' coetanei dovrebbe riprovare coloro che giovani vanno in cocchio. A piedi per la citt; a piedi o a cavallo, per la campagna: ecco le vetture de' giovani veri Repubblicani". Gennaro Serra, capo della guardia nazionale, le rispose, facendole notare saggiamente, che prima del ben essere perfetto bisognava cominciare dall'essere, e che un buon corpo di cavalleria sarebbe assai proficuo per assicurare l'esistenza della Repubblica.(95)
Come modelli da imitare, le stavano sempre in mente le costumanze dell'antica Roma. Cos, narrando il valore dell'ufficiale Spezzaferro nel disgraziato fatto d'armi dello Schipani a Sicignano, soggiungeva: "La Repubblica lo ha subito promosso a capitano. Roma antica lo avrebbe di pi, in presenza di tutti i suoi compagni e per mano del generale, adornato di una corona civica. Perch si trascura questo facil mezzo di destare e di premiare il civico entusiasmo?"(96) - Vero  che anche a proposito di quella famosa salvazione della Repubblica (che noi narreremo in altra parte di questo volume), operata dalla povera Sanfelice, non si riteneva dallo scrivere: "Il Senato romano accord non solo la libert allo schiavo, che scovri la congiura de' figli di Bruto, ma ne etern il nome col chiamare in futuro Vindicta (dal nome di lui Vindicio) l'atto il pi solenne della manomissione degli schiavi;... la nostra Repubblica altres non deve trascurar d'eternar il fatto e il nome di questa illustre Cittadina".(97) Con maggiore opportunit, nel riferire le notizie dei fatti d'arme, dei "prodigi di valore", che faceva nei Grigioni la legione Cisalpina comandata dal generale Lochi, esclamava: "Viva la giovent Cisalpina! Ogni lode italiana  lode di tutta l'Italia".(98) Le prime aure di gloria militare venivano a carezzare le fronti dei risorgenti italiani.
Una parte assai gentile del Monitore sono gli accenni alle vittime delle persecuzioni, a coloro che avevano iniziato in Napoli il movimento democratico, ai "martiri della libert e della patria" (fu allora che si ud presso di noi per le prime volte questa locuzione, che doveva risonare per oltre un secolo, ed essere tanto abusata dipoi). Fin dal primo numero scriveva: "Il passato esoso governo, se per lo spazio di quasi nove anni ha dato non pi veduto esempio di cieca persecuzione e feroce, ha pur questa Nazione somministrato un maggior numero di martiri, dentro a' criminali pi orribili, in mezzo a' trattamenti pi acerbi ed alla morte ad ogni istante lor minacciata, invitti sempre ad ogni promessa d'impunit e di premio, ed ha opposto a' vizi della passata tirannia altrettante private e pubbliche virt". E appoggiava la proposta del Forges Davanzati d'innalzare un monumento a Emanuele De Deo, "giovane di ventun anni non compiti, chiaro nella processura per virtuoso silenzio e lealt verso i suoi compagni; chiaro negli ultimi ricordi per piet filiale; chiaro innanzi al supplicio per placida costanza", ricordando insieme i due giovani Palomba e Moscadelli.(99)
La calma e l'elevatezza morale che rifulgono nel Monitore sono rotte solo dalle parole violente scagliate contro i sovrani fuggitivi e nemici: il "vilissimo despota", il "pauroso", l'"imbecille Ferdinando", lo "stupido tiranno", l'"amazonica sua moglie"; e contro il Ruffo, il "Cardinale Mostro", e qualcun altro dei satelliti regi, come l'odiato Castelcicala, al quale sono rivolte invettive fierissime, che talvolta diventano perfino ingiurie triviali.(100)
Come si  detto, fuori dell'opera del Monitore poco altro si sa della vita di Eleonora durante la repubblica. La vediamo prendere parte alle discussioni nella "Sala d'istruzione pubblica", che s'era aperta il 10 febbraio nell'universit degli stud. Un'altra donna, una francese che da qualche tempo dimorava in Napoli, la cittadina Laurent Prota, si faceva notare con lei in quella riunione; e peror una sera contro l'egoismo, esponendo le idee del Rousseau e conchiudendo: "Riuniamo le nostre forze fisiche e morali per essere liberi". L'Eleonora recit, in quella sala, l'inno alla Libert, da lei composto in Sant'Elmo quando fu proclamata la repubblica, e un sonetto fatto durante la sua prigionia alla Vicaria. Indi, prima di scendere dalla tribuna, soggiunse: "Proprio della democrazia, e perci della vera libert,  render i popoli dolci, indulgenti, generosi, magnanimi. All'indulgenza con cui mi avete ascoltata, al generoso favore che colla voce e colle mani mi dimostrate, conosco che Napoli  libera". In un'altra tornata, discutendosi sulle successioni e i testamenti da due avversi oratori, "la cittadina Pimentel riassunse le opinioni di amendue".(101) - Il Rodin, descrivendo la festa nella quale vennero liberati i cetaresi prigionieri, ricordava "esservi apparsa la virtuosa rispettabile donna Eleonora Fonseca Pimentel, la quale, essendosi gentilmente negata di prender posto fra i commensali, piacevasi andar intorno indirizzando parole piene di alti sensi di libert a molti che si onoravano della di lei amicizia".(102)
Presto incalzarono i giorni della prova suprema. Quando il Macdonald ritrasse da Napoli il corpo francese col pretesto di formare un campo a Caserta, Eleonora o per prudenza o, com' probabile, ingannata anch'essa,(103) combattette i dubbi e le voci di abbandono, "ingiuriose alla lealt e magnanimit francese e alla sicurezza e libert del popolo".(104) Poco dopo, accertata la partenza dei francesi, si consolava osservando che "l'attuale posizione d'Italia non  uno svantaggio: l'Italia rester una Nazione guerriera, combatter del 'suo', non dell''altrui ferro cinta'; si comprender la gran verit, che un popolo non si difende mai bene che da s stesso, e che l'Italia, indipendente e libera,  utile alleata; dipendente,  di peso: perch la libert non pu amarsi per met e non produce i suoi miracoli che presso i popoli tutti affatto liberi".(105) E rivolgeva questa esortazione al governo ed al popolo:
Rappresentanti dell'una e dell'altra Commissione, Patrioti, Nazione Napoletana, voi siete ora rimasti in bala di voi stessi ed avete quella felicit di circostanza, che ha invano desiderata ogni altra rigenerata Nazione: questo  il momento di dar saggio di voi: unitevi di menti, di forza, di volont; stabilitevi tosto la vostra Costituzione, che deve comprendere solo la distribuzione de' poteri, i princip della Democrazia, e non l'amministrazione, e quindi pu e dev'esser sollecita e breve. Ha il diritto di esser solo a volere chi solo ha il peso di sostenersi: profittate di questo labile momento: tali sarete per sempre quali ora vi mostrerete. Da questo momento dipende il mostrarvi all'augusta Nazione Francese, all'Europa, come meritevoli o no di esser un Popolo libero, e di annunciarvi o degni del rispetto e della fiducia di tutta l'Italia, o del suo perpetuo disprezzo.(106)
Purtroppo, le parole non creano i fatti; e gli ultimi numeri del Monitore sono la triste cronaca della lenta morte della Repubblica.  stato detto che Eleonora cangiava troppo spesso le sconfitte repubblicane in vittorie; e forse l'accusa  esagerata, se si pensi al turbamento solito in tempo di guerra, e alla facilit onde si formano e si propagano le notizie pi assurde. Un proverbio volgare dice: tempo di guerra, bugie come terra. N poi sempre ella tacque dolorose verit. Il numero del 17 pratile, ossia del 5 giugno, cominciava:
Ha questa Centrale sofferto in questi giorni una di quelle scosse che, richiamando o ravvivando l'attenzione di tutti i Cittadini alla pubblica bisogna, rettifica i consigli, esercita la vigilanza, accresce ed accelera l'azione, fa che l'uomo cerchi e sviluppi tutti i suoi mezzi, e divien madre del vigor politico e morale dello stato.
Dispersa, e quindi svanita la speranza nella divisione di Matera, ritirata con danno la divisione di Span, riuscita infausta la spedizione di Belpulsi, spento in attacchi ineguali o rimasto dovunque vittima dell'assassinio degl'insurgenti il fiore della giovent repubblicana, sbarcato un qualunque numero degli assassini del tiranno in Puglia, e con insensibile incremento invasi tutti i dipartimenti ed approssimata l'insurrezione alla Centrale, l'insieme di tuttoci produsse sabbato a sera nella Sala Patriotica straordinaria effervescenza....
Il numero seguente dell'8 giugno, dopo una serqua di notizie fantastiche sulle battaglie che si combattevano nell'alta Italia e sulle scaramucce con gli insorgenti, terminava con la nota frettolosa: "Giungono notizie pi circostanziate, che daremo nel foglio seguente".
Furono queste le ultime parole, fu questo l'ultimo numero del Monitore napoletano. Il Ruffo era gi alle porte di Napoli, e cinque giorni dopo la lotta era decisa: il giornale dov cessare le sue pubblicazioni, o, se qualche altro numero fu pubblicato, bisogna credere che andasse perduto.(107)
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Paragrafo 4.
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La martire. (giugno-agosto 1799).
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L'ardente giornalista del Monitore non poteva sfuggire alle vendette della reazione. Maria Carolina era stata a Palermo assidua lettrice di quel giornale; con quali sentimenti e con quali propositi si pu immaginare. In una lettera del marzo, pregava Emma Hamilton di mandargliene in prestito i numeri; nell'aprile, da un'altra lettera, diretta alla figliuola imperatrice, si apprende che li spediva a documenti d'orrore fino in Germania.(108)
E, certo, Eleonora stava in cima de' suoi pensieri quando non cessava di raccomandare ai suoi fidi la severa punizione dei "ribelli dei due sessi"; quando, postillando la capitolazione conclusa da Ruffo, all'articolo di essa che stabiliva che i patti sarebbero stati comuni ai capitolati uomini e donne, annotava col suo leggiadro stile: "Se due sessi sono nominati espressamente, prova che si sentono esservene delli rei di ambedue li sessi; la clausola mostra il fatto".(109)
Che Eleonora fosse tra i capitolati dei castelli, afferma il Colletta; il quale aggiunge questo particolare: che dei rei di stato si formarono due liste secondo ch'erano o no compresi nella capitolazione, non potendosi, per quelli contenuti nella prima, eseguire la sentenza di morte senza il regio beneplacito; ma che da questo numero erano stati esclusi espressamente due, il generale Oronzio Massa, comandante di Castelnuovo, ed Eleonora de Fonseca Pimentel, abbandonati senz'altro al carnefice.(110)
Qualche altro scrittore accenna invece che ella non si trovasse tra i capitolati; e questa sembra che sia la verit.(111) A ogni modo, nell'agosto, era tenuta ancora prigioniera in una delle navi ancorate nel golfo e poste sotto il tiro dei cannoni inglesi, nelle quali erano stati ammucchiati i rei di stato capitolati e non capitolati. E se anche non appartenne al novero di coloro ai quali si ruppe la fede giurata nella capitolazione, non manc di soffrire in altra guisa quelle violazioni d'ogni diritto e d'ogni piet, onde i Borboni e i loro satelliti fecero allora pompa in faccia al mondo.
Dichiarata nulla la capitolazione e istituita la Giunta di stato, nel luglio e nell'agosto ogni giorno, sul pomeriggio, tra le navi dei prigionieri andavano in giro alcune barche a portar via quelli che dovevano comparire innanzi ai giudici. Dopo una lunga serie di tali scelte consecutive, parve alla Giunta che il resto, quasi come il rifiuto dei rei, potesse partire per la Francia. Fu dunque fatta sottoscrivere a ciascun d'essi una "obbliganza penes acta", come si diceva, consistente insieme in un contratto e in un giudicato, per cui giudice e accusato rinunziavano reciprocamente ai danni e ai vantaggi del processo, e l'accusato accettava di esser considerato come forgiudicato, prestando giuramento, sotto pena di morte, di non rimettere piede nel Regno.(112) I prigionieri, dopo tanti palpiti, respirarono: si credettero salvi, e s'apparecchiavano a far vela per la Francia. Eleonora era tra di essi, e aveva firmato dal canto suo la transazione offertale.
Senonch, il giorno dopo, il ministro della Giunta di stato si ripresent, annunziando che dieci dei firmatari (e ne disse i nomi) non potevano partire. Sorse tra i prigionieri un clamore di proteste, trattandosi di un atto gi perfetto e consumato. Ma colui insistette che c'era stato sbaglio, perch i dieci si leggevano chiaramente designati nel rescritto regio; e convenne rassegnarsi. Si rifece coi superstiti la scrittura, si dette assicurazione che non si sarebbe innovato altro, e il ministro and via. Eleonora non era tra le dieci nuove vittime.
Vana illusione, prolungamento di agonia! Dopo due giorni ancora, torn lo stesso ministro; e, probabilmente parlando di un altro sbaglio, fece prendere la sola Eleonora e condurla a terra, alle carceri della Vicaria. - Il 12 agosto, i patrioti dei castelli, da un migliaio e mezzo stremati a circa cinquecento, partirono per la Francia, recando impresso nell'animo quest'ultimo esempio della generosit del loro sovrano.(113)
Eleonora fu tratta subito innanzi alla Giunta di stato. Il commissario della sua causa fu il pi efferato e turpe di quei giudici, lo Speciale.(114) Il 17 agosto veniva condannata a morte, insieme con Giuliano Colonna, Gennaro Serra, il Riario e il principe di Torella, che dovevano essere decapitati, e col sacerdote e professore Nicola Pacifico, il vescovo di Vico Michele Natale, Vincenzo Lupo gi presidente dell'alta Commissione militare, Giuseppe Abbamonte, Giuseppe Albarelli e i due banchieri Domenico e Antonio Piatti, che dovevano essere impiccati.(115) Eleonora chiese in grazia di ricevere anche lei la morte con la scure e non col laccio.(116) Ma la Giunta, che quasi per ironia osservava religiosamente le prerogative dei nobili del regno circa le formalit della morte, non consent alla domanda.
Sospesa la sentenza pel Torella, pel Riario, per l'Abbamonte e per l'Albarelli, ch'erano nella lista di coloro per i quali occorreva la conferma regia,(117) il 18 agosto Eleonora, con gli altri sette, fu menata dalla Vicaria al castello del Carmine, prossimo al luogo del supplizio. Il 19 furono messi in "cappella", ossia nel confortatorio dei condannati all'ultimo supplizio. - Narrano alcuni contemporanei del contegno fermo di Eleonora. Il Cuoco dice che "prima di avviarsi al patibolo, volle bevere il caff, e le sue parole furono: Forsan et haec olim meminisse iuvabit".(118)
L'esecuzione degli otto condannati ebbe luogo nella piazza del Mercato il 20 agosto, alle ore due pomeridiane, nel pi fulgido trionfo del sole. Il concorso del popolo fu immenso; la grande piazza era tutta circondata da truppa di linea e da soldatesca sanfedistica, con due interi reggimenti di cavalleria e con cannoni puntati. Si disse che, nel breve tragitto, invano il popolo tent di sforzare Eleonora a gridare: viva il re. Gli otto condannati furono condotti al cosiddetto "guardione dei birri", e di l uscirono, l'un dopo l'altro, pel patibolo. Furono primi il Colonna e Gennaro Serra, il quale, guardando al tripudio della plebaglia, esclam con amarezza: "Ho sempre desiderato il loro bene, ed essi gioiscono della mia morte". Il carnefice, degno rappresentante del suo sovrano, faceva il buffone con le sue vittime, e specialmente col povero monsignor Natale, celiando che difficilmente gli sarebbe toccato un'altra volta questo gusto, d'impiccare un vescovo.
Eleonora, vestita di bruno, sal ultima, cristianamente e coraggiosamente, sul patibolo. "Andiede alla morte con intrepidezza", scrive un contemporaneo. L'animo gentile della donna si manifest anche in quel supremo momento. Intorno giacevano spenti i suoi compagni, ed ella rivolse loro un ultimo saluto.(119)
Il corpo penzolante dal patibolo rest esposto per un intero giorno alla vista e agli insulti del popolaccio. E s'udi allora cantare per le vie di Napoli:
A signora donna Lionora,
Che cantava ncopp'o triato,
Mo abballa mmiezo o Mercato.
Viva viva u papa santo,
C'ha mannato i cannuncini,
Pe scacci li giacobini!
Viva a forca e Masto Donato;(120)
Sant Antonio sia priato!...(121)
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ILLUSTRAZIONI e DOCUMENTI
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Paragrafo 1.
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Bibliografia degli scritti di E. De Fonseca Pimintel ((122))
1. Il tempio della gloria. Epitalamio nell'augustissime nozze di Ferdinando IV re delle due Sicilie con Maria Carolina arciduchessa d'Austria di Eleonora de Fonseca Pimentel, tra i Filaleti Epolnifenora Olcesamante, Napoli, 1768, presso Giuseppe Raimondi.
 citato dall'ARCELLA, Un pugno di gemme, Napoli, 1890, pp. 59-60.
2. Sonetto, in Componimenti per le nozze dell'ecc.mo signore D. Gherardo Carafa Conte di Policastro etc. con D. Maddalena Serra de' duchi di Cassano, e di D. Luigi Serra Duca di Cassano ecc. con D. Giulia Carafa de' Principi della Roccella, In Napoli, 1770, a p. 82. - La raccolta fu messa insieme da Luigi Serio.
3. Sonetto, in Componimenti per la morte di Monsignor Giovanni Capece de' baroni di Barbarano Patrizio del Sedile di Nido, vescovo di Oria, raccolti da Michele Arditi giureconsulto napoletano, In Napoli, presso i Raimondi, 1771.
Il son. comincia: "Allor che sciolto da' mortali affanni L'Eroe, che fido al Ciel sacr sua vita...".
4. Due epigrammi latini, col nome di Altidora Esperetusa, innanzi al libro di Fs. Victorio de Santa Maria, Doctrina christiad e rosario de Nossa Senhora composta en metro, En Napoles, na estamperia de Raimondi [1771]; ristampa di Roma, 1780.
I due epigrammi sono ristampati, e il libro  descritto, da J. de Araujo, in appendice all'opuscolo di cui al n. 25.
5. Sonetto, in Rime di donne illustri a S. E. Caterina Dolfin cavaliera e procuratessa Tron nel gloriosissimo ingresso alla dignit di procuratore per merito di S. Marco di S. E. Cavalier Andrea Tron, Venezia, P. Valvasense, 1773. La raccolta fu fatta da Luisa Bergalli.
Ferri L., Biblioteca femminile italiana, Padova, 1842, p. 289.
6. A Maria Carolina regina delle due Sicilie per l'augustissimo parto d'una seconda bambina, Sonetto, s. 1. a., foglio volante.
Erroneamente il D'AYALA, o. c, p. 287, dice ch' scritto per la nascita di "Amalia che fu poi Regina dei Francesi". La bambina nata nel 1773 fu Maria Luisa: Maria Amalia nacque nel 1782. Il sonetto  stato ristampato nel libercolo sovracitato dell'ARCELLA, Un pugno di gemme p. 59.
7. La nascita d'Orfeo. Cantata per l'augustissima nascita di S. A. R. il principe ereditario delle due Sicilie di ELEONORA DE FONSECA PIMENTEL fra gli Arcadi Altidora Esperetusa, In Napoli, 1775, presso i Raimondi, di pp. 31.
8. Sonetto, in Componimenti poetici per le nozze di Vincenzo duca della Salandra con Beatrice di Sangro, 1775.
Si firma Fonseca Pimentel portoghese. D'Ayala, o. c, p. 287.
9. Il trionfo della virt. Componimento drammatico dedicato all'Eccellenza del sig. marchese di Rombai primo ministro segretario di stato del Re fedelissimo ecc. di ELEONORA DE FONSECA PIMENTEL, s. l. a. [Napoli, 1777].
La lettera di dedica reca la data del 15 marzo 1777.
10. Sonetti di Altidora Esperetusa in morte del suo unico figlio, Napoli, 1779, di pp. 20.
Sono cinque sonetti. A pp. 11-20 segue: Ode elegiaca della medesima per un aborto, nel quale fu maestrevolmente assistita da Mr. Pean il figlio.
11. Sonetto, in Orazioni e Sonetti nella solenne apertura della Reale Accademia delle Scienze e Belle lettere di Napoli recitata nel d 5 maggio 1780.
FERRI, o. c, p. 289. Questo sonetto si trova anche stampato in foglio volante, "dedicato alla maest della Regina, di Eleonora de Fonseca Pimentel ne' Tria de Solis tra gli arcadi, ecc.", e comincia: "Scese vergine dea al mondo infante La celeste Sofia de l'Indo in riva...".
12. La gioia d'Italia. Cantata per l'arrivo in Napoli delle LL. Alt. RR. il Granduca e la Gran Duchessa delle Russie di ELEONORA DE FONSECA PIMENTEL nei Tria de Solis fra gli Arcadi Altidora Esperetusa. S. 1. a., di pp. 11 num.: la 12 non numerata contiene un sonetto: Alla Cesarea Imperial Maest di Caterina II Imperatrice autocratica delle Russie.
"8 febbraio 1782. I granduchi di Russia Paolo Petrowitz e Maria Federowna, sotto il titolo di conte e contessa del Nord, arrivano in Napoli a diporto". DEL POZZO, Cronaca civile e militare, p. 117.
13. Il vero omaggio. Cantata per celebrare il fausto ritorno delle loro Maest di ELEONORA DE FONSECA PIMENTEL... Epigr.: Vultus ubi tum affulsit populo, gratior it dies. Horat. S. 1. a., di pp. 23.
Il viaggio era durato dal 30 aprile al 7 settembre 1785.
14. Lettera (in portoghese) a d. Fr. Manuel de Cenaculo, s. d., ma posteriore al 1785.
 pubblicata dall'Araujo, in op. cit. al n. 24, pp. 10-11.
15. Sonetto, in Componimenti poetici per le leggi date alla nuova popolazione di Santo Leucio da Ferdinando IV re delle Sicilie P. F. A., Napoli, dalla stamperia reale, 1789, a p. 23.
16. Sonetto in dialetto napoletano per l'abolizione della Chinea, in foglio volante, senza firma, ma che nella copia da me veduta reca a mano: "Di D. Eleonora Lopez (sic) Pimentel",  dedicato: A lo rre nnuosto - Ferdenanno IV - Ddio nce lo guard'e mmantenga - a nnomme de lo fedelissimo puopolo napoletano - Fabbeione: e lo rechiamo come curiosit bibliografica:
E biva lo Rre nnuosto Ferdenanno,
Guappone, che ssa ff le ccose belle:
Ma vace cchi dde tutte ll'aute cchelle
Chella chinea, cche nn'ha frusciat'aguanno.
Romma  no piezzo cche nce sta zucanno,
E ne' accide co bolle e sciartapelle;
Mo ha scomputo de fa le ghiacovelle:
No'  no Rre che ssa dice e comm'e cquanno.
Lo ffraceto de Romma lo ssapimmo;
La Rre  Rre, e nnon canosce a nnullo:
Ddio nce ll'ha dato e nnuie lo defennimmo.
Oie R, vi ca no Rre mo nn' ttrastullo:
Dance lo nnuosto, pocca nce ntennimmo,
E nnon ce sta a ccont Lione e Cciullo.
17. Niun diritto compete al Sommo Pontefice sul Regno di Napoli. Dissertazione storico-legale del consigliere Nicol Caravita, tradotta dal latino ed illustrata con varie note, Aletopoli, 1790: di pp. XXX-248.
La dedica  firmata dalla traduttrice ed ha la data del 29 giugno 1790. - L'originale latino s'intitola: Nullum ius ponfificis maximi in regno neapolitano, dissertatio historico-iuridica, Alethopoli, superiorum permissu (s. 1. a., ma Napoli, 1707).
18. Analisi della professione di fede del santo padre Pio IV di ANTONIO PEREIRA DEL FIGUERREIDO, ecc., ora tradotta dal portoghese con alcune dilucidazioni, Napoli, 1792, nella stamperia di Nicola Russo, in 4, di pp. xv-140.
La traduttrice fu la Fonseca Pimentel. Una descrizione esatta di questo libro  data dal D'Araujo nell'appendice all'opuscolo, di cui al n. 25.
19. Lettera a Jos de S Pereira (1795?).
Pubbl. in portoghese dall'Araujo, op. cit. al n. 24, p, 12; e si riferisce alla traduzione precedente.
20. Lettera al duca Vargas del 20 novembre 1789.
Autogr. nella Bibl. Vitt. Emmanuele di Roma. Pubblicata in questo volume in Illustr. e doc, n. II
21. Inno alla Libert, composto in Sant'Elmo nel gennaio 99, e Sonetto composto nella prigione della Vicaria.
Sono menzionati nel Monitore, n. 14: ma bisogna considerarli come perduti.
22. Monitore napolitano (Dal n. 15 in poi napoletano). Agli angoli superiori: Libert-Eguaglianza.  composto di 35 numeri, ciascuno di quattro pagine, tranne l'ultimo ch' di sei, i quali hanno le pagine progressivamente numerate da 1 a 146. Dimensioni: centim. 38 x 23. In questa numerazione sono inclusi due supplementi al n. I e al n. II, di due facciate ciascuno, ma non un supplemento di quattro facciate ch' collocato dopo il numero IX. I primi 25 numeri, ossia il primo trimestre, recano pi volte l'indicazione: Presso il cittadino Gennaro Giaccio: e i seguenti: Nella stamperia Nazionale. Il primo numero  del 14 piovoso (2 febbraio), l'ultimo del 20 pratile (8 giugno). Usciva di regola il sabato e il marted; ma talvolta, come tra il numero 13 e 14, tra il 14 e il 15 e altri,  saltato un marted; e in cambio i numeri 23 e 24, 32 e 33 furono pubblicati in uno stesso sabato: il numero 26 usc un gioved invece di marted, e il numero 34 un mercoled.
Questa descrizione  fatta sull'esemplare completo da me posseduto, con legatura del tempo. Il D'AYALA (o. c., pp. 290-1) enumera alcuni esemplari del Monitore da lui visti, pi o meno incompleti. Accenna poi al "numero del 13 giugno, ch' s raro nelle rarissime collezioni di quel giornale"; ma, in verit, credo che sia esistito solo nella sua immaginazione.
23. Anarchia popolare di Napoli dal 21 dicembre 1798 al 23 gennaio 1799, manoscritto inedito dell'abate PIETRABONDIO DRUSCO, ed i Monitori repubblicani del 1799, corredati di note del medesimo autore per chiarire la verit dei fatti, a cura del cav. Michele Arcella, Napoli, tip. De Angelis, 1884, di pp. IV-250.
Da p. 61 a p. 248 il volume contiene copiosi estratti del Monitore assai scorrettamente stampati, e con poche noterelle dell'ab. DRUSCO, che correggono o cementano qualcuna delle notizie in esso riferite. Del resto, il preteso manoscritto dell'ab. DRUSCO sull'anarchia popolare  un plagio della Memoria degli avvenimenti popolari, con alcuni cangiamenti in senso borbonico, e non offre quasi nulla di nuovo, nonostante i vanti dell'editore, borbonico ritardatario.
24. Il trionfo della virt, seconda edizione, MDCCCLXXXXIX [Genova].
Ristampato a cura di Joaquim de Araujo; e contiene una prefazione dell'editore: Leonor de Fonseca Pimentel e as suas relaoes con Portugal, dove si leggono anche le due lettere di lei in portoghese dirette a Fr. Manuel de Cenaculo e a Jos de S Pereira.
25. Sonetti in morte del suo unico figlio, ripubblicati a cura di B. Croce, Napoli, 1900.
Ristampa dell'opuscolo segnato al n. 9, con prefazione dell'editore e appendice di Joachim de Araujo. Edizione di settantacinque esemplari.
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Paragrafo 2.
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Lettera inedita della Fonseca Pimentel.
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L'autografo di questa lettera  serbato nella Biblioteca Vittorio Emmanuele di Roma, e figur nella mostra storica del Risorgimento italiano fatta nel 1895 (si veda Catalogo di essa, Roma, Forzani, 1895, n. 221, p. 19). Il "Duca Vargas", cui  diretta,  certamente Michele Vargas Macciucca (di una famiglia spagnuola ricordata nel Don Quijote, P. I, e. VIII, e della quale un ramo si trapiant a Napoli), nato nel 1733 e autore di parecchi scritti archeologici. Si veda intorno a lui il Minieri Riccio, Memorie stor. degli scritt. nati nel Regno di Napoli, Nap., 1844, ad nom.
Di casa 20 nov. 1789.
Caro Museo:
Poich finora ho atteso invano che mi si mandasse l'altra copia de' miei scartafacci per mandarla all'amico, che ad uso di S. Tomaso non vuol credere, se non al testimonio de' suoi sensi, eccoti quella, che foglio per foglio mi son fatta recare, ed  servita a me di regola: di fatti ci sono notate di mio pugno varie correzioni, e variazioni; perci soddisfatta la curiosit, la vorrei restituita: insta per, caro Museo, per i libri richiesti in quella cartolina; perch uno mi deve servire per la prefazione, che sto stendendo, l'altro per ribattere in una nota un detto del Breve Istorico. Alla traduzione mancano solo due fogli, che il birbotto stampatore non ha voluto stamparmi la settimana passata n questa, affermando aver che fare, e nella entrante dice che far tutto: avvisa all'amico, che le cose segnate fra le stellette sono le variazioni o aggiunzioni da me fatte al testo per isfuggire di parlare dei diritti austriaci, ed adattare l'opera al caso presente; di che rendo conto nella prefazione. I numeri romani disegnano le note, che verranno dietro. La tua Eritrea, oggi  il primo giorno, che sta in piedi, ed ha ancora poco vigore per iscrivere. Termino colla solita giaculatoria.
Buon Museo, ajuta ajuta.
Tuissima.
Mi scordava dirti, ci  all'ultimo un bocconcino di perorazione che te ne leccherai le dita.
Per S. E. il Sig.re Duca Vargas - Casa.
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Paragrafo 3.
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La prigionia della Fonseca nel 1798.
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a)
Eccellenza.
In esecuzione de' Reali Ordini ricevuti dall'Ecc. V. con carta de 20 ottobre, riguardo all'arresto della Sig. D. Eleonora Fonseca Pimentel, e della Lettera da Lei scritta all'Incaricato d'affari di Portogallo, immediatamente scrissi al Ministro Cav. Pinto per aver da Lui una udienza, il quale gentilmente mi rispose accordandomela per il giorno dopo, nel quale ci fui, e li rappresentai a voce quanto in essa Lettera mi viene imposto: non posso esprimere a bastanza lo stupore ed il dispiacere che in sentire un siffatto accidente, prov il suddetto Ministro; e mi rispose che il d. Incaricato non avea mai dato motivo di dubitar della sua condotta e del suo modo di pensare; che non ostante avrebbe tutto rappresentato al Principe del Brasile, e voleva che io Le avessi posto per iscritto quello, che richiedeva la mia Corte, e li avessi fatto il piacere di lasciarli la Copia della sudd.a Lettera Portoghese: che era certo che S. M. si sarebbe prestato a tutte le idee del mio Re, ed avrebbe ordinato che l'Incaricato avesse dati tutti li possibili schiarimenti. Io dunque non esitai a lasciarli la d.a Copia, e ritornato a casa le feci una carta d'ufficio a norma di quanto mi scrive l'Ecc. V. e di quanto io le aveva a voce rappresentato.
Ho saputo che Egli ne ha parlato al Comm. de S, e si  fatto mostrare da lui le lettere confidenziali che d. Incaricato li scriveva, per vedere se parlava di d. arresto ed in che modo ne parlava. L'istesso Comm. de S me n' venuto a parlare, mi ha detto questa chiamata avuta dal Ministro, e mi ha mostrate e fatte leggere le d. lettere nelle quali parla di d. arresto dicendo che questa Donna quanto dotta altrettanto pazza, imprudente e sciocca avea dovuto dare forti motivi al Governo, per esser venuto a questo passo; che Egli li avea sempre raccomandato di non parlar di queste cose, ma che non l'avea ascoltato; che non la credeva capace di complotti, ma di sola imprudenza; che non ostante dal modo in cui era stata arrestata sospettava avere il Governo dei dati sicuri; e finalmente che in questi tempi di depravazione generale era stato ben fatto carcerarla. In somma dalle sue lettere non si capisce n si pu sospettare esser egli complice, ed il povero Comm.re sommamente trapazzato, afflitto e dolente di un tal dispiacevole affare, che da 33 anni lo ha seco e protesta non esser Egli capace di simil delitto, e crede che questa pazza ed imprudente Donna lo abbia compromesso per sciocchezza. Siccome egli avea letto e la lettera della Pimentel ed il mio ufficio, che l'avea mostrato il Cav. Pinto, cos non ho avuto dubio di risponderli che quantunque fusse vero quello che Egli diceva del modo di pensare e condotta del suo Segretario, ora Incaricato, pure da quella lettera si rileva esser Egli in una intimit con questa Donna, ed esser sempre reo nel far venire sotto il suo indirizzo un carteggio che si  scoverto esser sedizioso.  inutile che io mi dilunghi in scrivere tutta questa conversazione, la quale non prova altro che il dispiacere del Comm.re il quale ne ha pianto meco, e la lusinga, anzi certezza per lui, che sia innocente.
Luned passato il Ministro Pinto rappresent tutto a S. Alt. e Marted essendovi io ritornato, mi disse quanto il Principe avea sentito una tal dispiacevole nuova; che immediatamente avrebbe ordinato che dasse tutti i maggiori schiarimenti e che se mai fusse resultato reo (lo che non credea per 33 anni di fedeli servizi da lui prestati, e per non aver dato mai motivo di sospettar di lui), l'avrebbe immediatamente richiamato e castigato qui severamente; ma che ancora risultando innocente, qualora dasse dell'ombra al Governo, sarebbe stato pronto a richiamarlo per dimostrare il suo attaccamento al mio Re, e la premura di concorrere in tutte le sue idee; e finalmente che la lettera, in cui se gli davano gli ordini di S. M., me l'avrebbe mandata, acci io stesso la rimettessi all'Ecc. V. Io lo ringraziai, pregandolo ancora a ringraziar da mia parte S. Alt. ed assicurarlo del gradimento del mio sovrano per una s gentile ed obbligante risposta in un affare che per altro interessando la tranquillit de' Stati, doveano tutti i sovrani per conseguenza seriamente badarci, e scambievolmente aiutarsi. Li feci istanza di pormi in iscritto questi sentimenti di S. A. e gentilmente ieri ho ricevuto il foglio che rimetto all'Ecc. V. unitamente alla Traduzione da cui pi chiaramente rilever i sentimenti che io ho avuto l'onore di esporre, e nell'atto che Le rimetto ancora la lettera per il sudd. Incaricato, passo con ogni rispetto a protestarmi
Dell'Ecc. V.
Lisbona 29 Nov. 1798,
Umil. Dev. ed Obbl. S. V.
Comm. F. NICOLA PIGNATELLI.
(Archivio di Stato di Napoli. Corrispondenza diplomatica del Portogallo, fascio 931, anni 1795-1799).
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b)
(Traduzione dal portoghese)
A sua Maest Fedelissima ha causato uguale dispiacere che sorpresa il vedere che V. S. trovasi arguito dal Governo Napoletano per complice nella criminosa condotta di Dona Eleonora di Fonseca Pimentel contra la tranquillit dello stato.
Una tale imputazione, s ingiuriosa per questa Corte, come per la propria riputazione di V. S., esige, di sua natura, e pel suo carattere una piena giustificazione di parte sua: e per tanto ordina Sua Maest che V. S. si presti, senza la menoma tergiversazione, o riserva a rispondere adeguatamente a tutte le questioni, ed interrogazioni, che gli saranno fatte; e che dia a codesto Governo tutte le chiarezze che possa avere sulle segrete intelligenze di detta Pimentel, e su 'l senso oscuro e misterioso della Lettera che a V. S. ha diretto la medesima Signora dalla prigione ove trovasi.
Cos l'ordina Sua Maest perch ugualmente lo richiedono il decoro e degnit della sua Corona, la venerazione che professa a Sua Maest Siciliana, e la propria reputazione di V. S. E soddisfacendo a questi Sovrani ordini spera la Regina Fedelissima che V. S. si giustificher completamente nel concetto di codesta Corte, e che svanir nel tempo medesimo tutta e qualunque ombra di sospetto.
Iddio guardi V. S. - Palazzo di Gueluz nel 28 Novembre 1798.
LUIGI PINTO DE SOUZA
Sig.re Giuseppe Agostino di Souza.
Questa lettera fu trasmessa dallo stesso Gius. Agostino de Souza all'Acton a Palermo, il 23 marzo 1799, con un biglietto in cui diceva di avere gi dato spiegazioni a voce a Napoli al marchese di Gallo, ed esser pronto a darne di nuove all'Acton. Ma questi gli rispose lo stesso giorno: "Si d il piacere di dirgli che, in seguito degli schiarimenti dati in Napoli da sua Signoria Ill.ma al Marchese di Gallo, Sua Maest  restata ben persuasa della onest del sig. Incaricato e d'essere egli stato compromesso dalla predetta D. Eleonora Pimentel senza veruna sua parte o intelligenza, del che la M. S. ne ha gi resa intesa la Corte di Lisbona" (Portogallo, Legazione, fascio 943, anno 1753-1813).
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Paragrafo 4.
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La stampa periodica durante la repubblica napoletana del 1799.
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Il primo posto, dopo il Monitore napoletano,  tenuto dal Corriere di Napoli e di Sicilia. In una miscell. della Bibl. di S. Martino  un foglio volante col Prospectus du journal Rpublicain Le Courrier de Naples et de Sicile (nelle due lingue). Questo titolo ci ricorda bene i primi giorni della conquista francese, quando il generale Championnet volgeva in mente uno sbarco in Sicilia. Il prospetto comincia: "La publicit est la sauvegarde de la libert... Ces motifs ont engag deux Rpublicains  tablir un journal en italien et en franais, le premier qui ait encore paru dans la Rpublique Napolitaine... Ce journal paraitra tous les trois jours  compter du 26 Pluviose (15 Fvrier v. s.)". I due repubblicani erano i cittadini Marcilly e Cantigona. Sappiamo d'altronde che al Marcilly il Governo provvisorio anticip duemila ducati pel lavoro di due mesi, oltre il beneficio della vendita, e che nell'aprile, non avendo voluto il nuovo governo continuare il sussidio, il giornale cess e il Marcilly lasci Napoli. Del Corriere di Napoli e di Sicilia una collezione, proveniente dalla biblioteca del principe di Torella, usc in vendita alcuni anni fa presso il libraio Casella di Napoli (Catalogo LIII, dicembre 1901-maggio 1902, sotto il n. 587) e fu acquistata da Giovanni Beltrani di Trani.  composta di dieci numeri dal 29 piovoso (17 febbraio) al n. 20, 8 fiorile (27 aprile) e consta di pp. 336.
Un altro giornale  venuto fuori dalla medesima biblioteca e presso lo stesso libraio (n. 189 del Catalogo cit.), ed  ora anche posseduto dal Beltrani. Ha per titolo Corriere d'Europa, e va dal n. 1, 28 piovoso (16 febbraio) al n. 26, 25 fiorile (14 maggio), formando un volume di pp. 214.
Giornali politici del tempo, di cui conosco soltanto alcuni numeri, sono:
I. Giornale Estemporaneo, nn. I (11 germile), II (17 germile), IV (1 fiorile), V (8 fiorile), VI (15 fiorile). VIII (29 fiorile), IX (2 pratile).
II. Il Vero Repubblicano, nn. I e IV.
III. Spettatore Napolitano, n. VII (16 pratile).
Questi numeri si conservano in una miscellanea della Bibl. della Soc. stor. napoletana.
Anche il cittadino Francesco Lo Monaco (l'autore del Rapporto al cittadino Carnot) nei primi giorni della Repubblica dava fuori il programma di un giornale, di cui non dice il titolo esatto e che quasi di certo non fu mai pubblicato. "Il citt. Franc. Lo Monaco, sempre intento a sacrificarsi al pubblico bene, vedendo, che la Repubblica Napoletana fondata sotto gli auspici i pi augusti ed i pi fortunati, ha bisogno di un monitore, il quale, come si conviene, faccia rimbombare gli avvenimenti del mondo, che pi interessano allo spirito umano, imprende a scriverlo in due volte la settimana, lusingandosi di un felice successo....".
Dei giornali in dialetto si  fatta menzione di sopra (pp. 36-7).
A quel che ora si direbbe una "rivista" si avvicinava il Veditore repubblicano, che non conteneva notizie ma solamente articoli politici letterari, ed era scritto da Gregorio Mattei, figliuolo del celebre letterato Saverio, e dal cittadino Althy. Il programma diceva: "Ricordatevi, cittadini, quando il passato orribile governo temendo le conseguenze, funeste al vero per lui ma per noi salutari, ci vietava la lettura non solo dei filosofi d'oltramonti, ma finanche d'ogni qualunque pubblico foglio, mentre affidava ad un bonzo straniero la cura d'addormentare il popolo con una buggiarda ed inetta Gazzetta civica....". Veniva pubblicato ogni decade in un fascicolo di 12 pagine in quarto piccolo su carta azzurrina. Ne conosco i primi quattro fascicoli dal 1 al 30 germile (Bibl. Soc. stor. miscell.), che contengono, tra gli altri, articoli sul prospetto politico di Napoli, sul modo di denominare le strade di Napoli, saggi sullo stile, sull'uso del teatro, sulle congiure (si veda, in questo volume, lo scritto: I Giacobini napoletani prima del 1799), una lettera aperta a Vincenzio Russo (si veda lo scritto sul Russo in questo volume), e altri. Il Mattei and a morte il 28 novembre 1799 come scrittore di gazzette repubblicane e membro dell'Alta Commissione militare.
Il libraio Aniello Nobile ripigli la pubblicazione del Giornale letterario, che aveva gi mandato fuori dal 1793 al 1797, soppresso dalle persecuzioni del passato governo. Se ne veda il programma in un foglio volante della Bibl. di S. Martino. Ne conosco il primo volumetto (Bibl. Soc. stor.), che contiene proclami, biografie di eroi antichi, e altre simili cose.
Il Giornale patriotico della repubblica napoletana dove si trovano poste per ordine tutte le produzioni patriotiche date finora in luce in fogli volanti, si compone di otto volumetti, il primo colla data del 14 febbraio e l'ultimo con quella dell'aprile 1799, e se ne serba un esemplare completo nella Bibl. Brancacciana.
Questi giornali sono ignoti al Bernardini, Guida della stampa periodica italiana, Lecce, 1890, e agli altri storici del giornalismo italiano, pei quali si veda la Bibliografia storica del giornalismo italiano di G. Fumagalli (estratto dalla Rivista delle Biblioteche, a. V), Firenze, 1894.
Si noti che, venuto a Napoli Giuseppe Bonaparte, il l marzo 1806 si cominci a pubblicare il Monitore napoletano, nel quale rivisse il titolo del giornale della Fonseca Pimentel.
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Paragrafo 5.
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San Gennaro e Sant'Antonio.
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Sulle avventure di questi due santi nell'anno 1799 se ne sono dette tante e di cos curiose, che non dispiacer di vedere dilucidato brevemente un punto non privo d'interesse della storia del sentimento popolare.
San Gennaro fece, durante la rivoluzione politica di quell'anno, due miracoli: l'uno, straordinario, nel gennaio; e l'altro, ordinario, nel maggio.
Il primo, secondo il Diario del Tesoro, accadde il 22 gennaio, mentre ardeva ancora la lotta nelle strade tra francesi e napoletani: "A porte chiuse e presenti i tesorieri ed altri preti del Duomo, si cacci fuori nel Tesoro la testa ed il sangue di san Gennaro, e, facendo preghiere ed atti di penitenza il servo di Dio don Tommaso Fiore sacerdote napoletano, il sangue si sciolse, avvenendo il miracolo estemporaneamente". E il 24 l'arcivescovo, in un editto che aveva per iscopo di raccomandare al popolo la tranquillit, rese noto il miracolo. Il medesimo giorno 24 lo Championnet si rec privatamente al Duomo; e di nuovo il 27 in forma pubblica per assistere al Te Deum.(123) Il Diario napoletano del De Nicola (sotto la data del 25 gennaio) conferma questo fatto con piccola variet, dicendo che il miracolo avvenne "la sera medesima dell'ingresso dell'armata francese" ossia il 23 gennaio. Per contrario, di un miracolo, cui accenna fuggevolmente nelle sue Memorie il generale Thibault, che sarebbe accaduto il giorno 27,(124) non si ha nessuna notizia, e deve considerarsi come un semplice scambio col precedente.
Il secondo miracolo ebbe luogo il 4 maggio nella chiesa della Trinit Maggiore, coll'intervento del generale Macdonald e di altri ufficiali francesi. Su di esso sono d'accordo cos il Diario del Tesoro e il Diario napoletano, come il Monitore della Pimentel.
Ma questi due miracoli avrebbero avuto un dietroscena. Essi sarebbero stati imposti dai generali francesi e dai patrioti napoletani, sotto minaccia di fucilazione intimata all'arcivescovo o ai canonici del Tesoro.
Di uno di questi atti di energia la tradizione fa autore lo Championnet. Finanche nei Misrables di Victor Hugo (parte III, libro I, c. VI) pu leggersi, nella descrizione del tipo del gamin parigino, dove si parla della dimestichezza dei gamins coi misteri delle sagrestie: "Championnet, qui brutalisait les miracles, tait sorti du pav de Paris: il avait, tout petite, inond les portiques de Saint Jean de Beauvais et de Saint tienne du Mont: il avait assez tutoy la chsse de Sainte Genevive pour donner des ordres  la fiole de Saint Janvier". E il Dumas, raccogliendo di certo qualche tradizione di militari francesi, c'informa che gli ordini dello Championnet furono eseguiti da un ufficiale degli usseri, a nome Gilberto Coubayon, mandato nel Tesoro ad assistere al miracolo con venticinque uomini.(125)
Circa il miracolo di maggio, abbiamo la testimonianza dello stesso Macdonald, il quale scrive nei suoi Ricordi: "Je fis faire en notre faveur le miracle de Saint Janvier, auquel j'assistai: j'en donnerai une autre fois la description, ne pensant point qu'aucune personne ait t  porte de l'observer comme moi et le commissaire Abrial".(126) Ma questa descrizione, ch'egli non dette,  data invece dal gi ricordato Thibault, che fu tra coloro che assisterono col Macdonald al miracolo, e afferma di avere scritto il giorno stesso ci che aveva veduto, inserendo poi quelle pagine nelle sue Memorie. Il Thibault si stende sul rischio al quale si misero gli ufficiali francesi, in mezzo a un'immensa calca di plebe che da un momento all'altro poteva gittarsi sopra essi e ridurli in brani.  vero che il Macdonald gli assicur, molti anni dopo, di aver fatto appostare nella chiesa due compagnie di granatieri; ma questi soldati egli dichiara di non averli allora visti. Comunque, il miracolo tardava; erano passati dieci minuti; la folla minacciava. "Alors (lascio la parola al Thibault) le prsident du gouvernement napolitain, la figure altre, me demanda de lui faire place; s'approcha du cardinal, dont je le sparais, lui prsenta sous mes yeux un des pistolets cachs par son gilet, et d'une voix touffe, lui cria dans l'oreille: - Si le miracle ne se fait pas de suite, vous tes mort". Forse (dice il Thibault) il cardinale, assai vecchio, non aveva le mani abbastanza forti per aprire la valvola da cui entra l'aria nell'ampolla; egli cedette il reliquiario al suo vicario, e il miracolo si fece immediatamente.(127)
Nonostante qualche lieve inesattezza di particolari,(128) la testimonianza del Thibault, scrittore veridico ed esatto, sembra degna di fede. Un altro scrittore contemporaneo, il Nardini, che scriveva nel novembre del 1799, dice che i patrioti fecero responsabili i canonici sulla loro testa se il miracolo non avveniva.(129)
Che minacce ci furono, pare dunque fuori questione. E anzi, come sarebbero potute mancare? Durante tutto il secolo decimottavo, si era fatto un gran parlare e scrivere, dai begli spiriti d'ogni parte d'Europa, della famosa gherminella napoletana della liquefazione del sangue di san Gennaro, e del fanatismo del popolino napoletano. E giravano sul conto di san Gennaro aneddoti assai simili a quelli che sarebbero dovuti accadere poi nell'anno 99. Cos nel Voyage en Italie del Duclos, che fu a Napoli nel 1767, si leggeva: che al tempo di Filippo V, essendo la citt piena d'odio contro i francesi, e l'arcivescovo tenendo per gli austriaci, il giorno di san Gennaro il miracolo tardava; onde il francese D'Avarey che comandava la citt, "prenant un parti prompte, envoya un de ses gens dire  l'oreille de l'archevque, qu'il et  faire sur le champ le miracle, sinon qu'on le ferait faire par un autre, et que lui, archevque, seroit aussitot pendu; et le miracle se fit".(130) Proprio quel che sarebbe accaduto un secolo dopo tra i generali francesi repubblicani e l'arcivescovo Zurlo!
Si aggiunga che, al tempo dei preparativi della spedizione di re Ferdinando contro i francesi, si era molto parlato di san Gennaro sotto la cui invocazione l'esercito napoletano entrava in campagna; e a questo proposito si era fatto un grande sfoggio di motti di spirito.(131)  naturale dunque che ai generali francesi e ai capi del governo napoletano il miracolo non dovesse apparire cosa indifferente n sottratta alla loro ingerenza.
Ma, a rigor di logica, quelle minacce non provano n che l'arcivescovo o i canonici del Tesoro volessero far mancare il miracolo, n che il miracolo accadesse in conseguenza delle minacce. Provano semplicemente che si presero precauzioni: ecco tutto. Il miracolo di san Gennaro, per ragioni pi volte addotte e che qui non  il caso di ripetere, sembra essere piuttosto un inganno inconsapevole che consapevole. Cos anche, se ben ricordo, lo considera il prof. Albini, ch' stato uno di quelli che hanno tentato di darne una spiegazione scientifica. Ci dovette essere un tempo in cui furono fabbricate molte di queste ampolle contenenti una materia rossa raggrumita, che in date condizioni si scioglie in modo da parer sangue. Un fatto poco ricordato  che Napoli possedeva parecchi altri sangui, che compievano lo stesso miracolo: il sangue di santo Stefano nel monastero di San Gaudioso, di san Pantaleone nella chiesa di San Severo, di san Vito nel Carminello dei Gesuiti, di san Patrizio e di san Giovanni Battista in parecchie chiese, come pu vedersi percorrendo l'opera del Celano (1692) o di altro dei descrittori della nostra citt. Quello di santo Stefano, o un'altra dose dello stesso sangue, era ancora fin oltre la met del secolo scorso nel monastero di San Giovan Battista, abolito e abbattuto dopo il 1860; e bisogna ora cercarlo, con gli altri suoi compagni, nei superstiti monasteri di San Gregorio Armeno e di Santa Chiara.
Da quel che s' detto delle cose di san Gennaro nel 1799, risulta chiaro che il santo non si di per inteso delle mutazioni politiche accadute, e seguit a sorridere ai suoi buoni napoletani e a rassicurarli col suo miracolo. Per la citt non si parl di alcuna ostilit mostrata da san Gennaro contro i francesi: tale effetto voleva ottenersi e fu ottenuto.(132) Ma anche non pi di questo.
 noto che il cardinal Ruffo mise le sue schiere sotto la protezione di un altro dei patroni di Napoli, sant'Antonio da Padova. Il Ruffo fece spargere la voce che per opera di sant'Antonio i lazzari erano stati salvati dalla strage che di essi preparavano i patrioti, i quali volevano ucciderli tutti, salvo i bambini, che avrebbero allevati senza religione. E fece eseguire un quadro e molte incisioni ritraenti quel santo con un groppo di corde in mano, le corde che si dicevano preparate dai giacobini per impiccare i lazzari.(133) Sant'Antonio appare anche in tutte le stampe borboniche di quel tempo che figurano l'entrata del Re, la resa di Sant'Elmo, e simili.(134) A lui sono dirette infinite poesie stampate in libercoli e fogli volanti, e in suo onore fu fatta, tra il luglio e l'agosto, una grande festa, durata tre giorni.(135)
Per quel che era di san Gennaro, non si avevano ringraziamenti da fargli, e nessuno gliene fece. Fu tenuto come in disparte: di lui si tacque.
Anzi si racconta qualche cosa di peggio: san Gennaro sarebbe stato destituito da protettore di Napoli, e avendo, com' noto, il grado di capitano generale dell'armata napoletana con l'unito soldo, sarebbe stato sottoposto a un consiglio di guerra e degradato, e messogli perfino il sequestro sui beni. Di codesta storiella, riferita da parecchi, la pi antica notizia si ha, per quel che ho potuto vedere, in una nota apposta all'edizione francese del Viaggio scientifico nella Campania del Breislak.(136) Ma  una storiella.
Cercando documenti intorno a san Gennaro nella reazione, ho trovato invece che, se non gli furono resi onori immeritati, non ebbe per altro punizione alcuna. Tre mesi dopo l'entrata del Ruffo, ricorrendo la festa del santo, si mandavano ordini da Palermo perch tutto fosse proceduto secondo il solito degli anni precedenti.(137)
Per altro, se una punizione ufficiale non fu decretata, par certo che ci fosse un movimento di giustizia popolare contro il santo. Nella stessa nota dianzi citata all'opera del Breislak si racconta: "Les barbouilleurs de la rue Catalane exposrent un grand tableau, o Saint-Antoine, arm de verges, donnait le fouet  Saint Janvier, fuyant un drapeau tricolore dans une main, et dans l'autre un paquet des cordes destines aux royalistes".
Questo particolare ha carattere di verit. A Rua Catalana presso Porto erano stati, infatti, esposti molti quadri tutt'altro che decenti, che celebravano le glorie delle vendette popolari dei lazzaroni. Eccone in conferma il documento, ch' un brano di lettera del cardinal Ruffo al direttore di polizia Della Rossa in data 24 agosto 1799: "Si  osservato in questa Capitale che nella strada della Rua Catalana si trovino esposte delle dipinture indecentissime, rappresentanti atti crudelissimi, e specialmente parti di corpo umano dilaniate ed esposte in mano di uomini e rappresentate su dei piatti". Il cardinale raccomandava in modo severissimo di togliere questi oggetti di scandalo.(138).
A ogni modo la pace tra san Gennaro e il suo popolo non tard a rifarsi, tacendosi ogni trista memoria e ponendosi "in oblio le andate cose".
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Paragrafo 6.
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Il cuore di re Ferdinando.
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Le impressioni di re Ferdinando sull'ecatombe del 20 agosto, in cui fu messa a morte Eleonora de Fonseca, ci sono serbate in una lettera del 23 da Palermo al Ruffo: "Eminentissimo mio" (egli scriveva), "ricevei ieri la vostra lettera del 20, che mi ha fatto gran bene, sentendo che cost non vi sia nulla di allarmante, l'allegria riprendendo il suo solito corso nel popolo; che si continui a cantare il Tedeum da tutte le Congregazioni in rendimento di grazie all'Altissimo; che si siano incominciate le esecuzioni dei Rei, e che la Giunta di Stato travagli senza intermissione". Il giorno 25, sullo stesso proposito: "La Giunta di Stato deve sbrigarsi nelle sue operazioni, e non far vaghi e generali rapporti, e quando li avea fatti, bisognava ordinarle di verificare in ventiquattr'ore i fatti, prendere i capi e senza cerimonie impiccarli. Spero che non si sia dilazionata la giustizia che mi si dice si doveva far luned; se mostrate timore, siete fritti, e l'aver fatto eseguir l'altra [quella del 20] con tanto apparato di truppe mi  sommamente dispiaciuto, mentre pi semplicemente si faceva, era meglio, e lesto lesto, senza far star il popolo ad aspettar tante ore, ed impazientarsi" (si veda il volume di appendice ai Borboni di Napoli, pp. 262, 266-7). A spiegare il piccolo ritardo, che a re Ferdinando pareva avesse guastato il divertimento del suo buon popolo, si noti che esso era stato chiesto dalla confraternita dei Bianchi, come necessario per compiere gli uffici religiosi presso i condannati.
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Paragrafo 7.
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Notizie varie.
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Della Fonseca Pimentel non si ha nessun ritratto autentico, perch quello che se ne vede nel Pantheon dei martiri della libert italiana (Torino, 1852), e pi volte riprodotto (anche nell'Albo della rivoluzione napoletana del 1799, a cura di B. Croce, G. Ceci, ecc., Napoli, 1899, tav. XXVII),  fatto con l'immaginazione, secondo ricordi tradizionali. Deriva anche da esso il busto, eseguito dallo scultore Busciolani e collocato nell'universit di Napoli l'anno 1865. Nell'Albo citato (tavv. XXII e XXVII) si vede il facsimile del suo autografo e della prima pagina del Monitore napoletano.
Eleonora lasci due fratelli, Michele, che viveva in Chieti con moglie e figli, e Giuseppe, che fu padre del generale Clemente de Fonseca (costruttore della prima ferrovia nel regno di Napoli); da una seconda moglie lo stesso Giuseppe ebbe, tra gli altri figliuoli, l'avvocato Raffaele, morto pi che ottantenne non molti anni fa, del quale sono stato amico. Giuseppe Fonseca, cugino di Eleonora, che nel 1798 era generale d'artiglieria, fu processato e condannato per la parte presa alla repubblica e non rientr nell'esercito se non alla venuta di Giuseppe Bonaparte; ma mor qualche anno dopo (1808). Ne scrisse la biografia il D'Ayala, Vite dei pi celebri capitani e soldati napoletani, pp. 408-410.
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CAPITOLO 2.
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VINCENZIO RUSSO.
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Paragrafo 1.
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Cospirazioni e fuga da Napoli. Il suo sistema sociale.
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Sappiamo dal D'Ayala che Vincenzio Russo nacque il 16 giugno 1770 in Palma Campania. Ebbe a maestro nel seminario di Nola il sacerdote e autore di un assai noto manuale di rettorica, Ignazio Falconieri (anch'esso vittima del '99); e recatosi dipoi a Napoli, si dette all'avvocatura, nella quale assai presto acquist nome per ingegno e facondia.(139)
Come tanti altri giovani di generoso sentire, il Russo prese parte alle cospirazioni allora iniziate, e s'iscrisse di certo alla "Societ patriottica", e fors'anche al "Club rivoluzionario", che si form nel 1794 alla dissoluzione di quella.
Ma ci che non  chiaro dal racconto del D'Ayala, e ch'io dir invece senza ambagi,  che la vita politica di Vincenzio Russo fu, proprio nel suo principio, macchiata da una colpa.(140)
Su questo punto possediamo la testimonianza esplicita di Guglielmo Pepe, confermata da quel che dice il Rodin nei suoi Racconti. Il Russo era nipote dei Vivenzio, uno dei quali, Giovanni, fu protomedico del regno, e l'altro, Nicola, storico e giurista di molto valore, raggiunse alti gradi in magistratura. "Sedotto da questo suo zio (scrive il Pepe), il Russo aveva una volta accettato l'indulto, con promessa regia che il suo nome sarebbe taciuto; ma, due anni dopo, vistosi notato in un bando insieme con duecentocinquanta altri patrioti per comparire innanzi la Giunta di stato, fugg...".(141)
Infatti, l'8 marzo 1797 un editto della Giunta di stato citava trentaquattro denunzianti a presentarsi per confermare le loro denunzie di due anni prima a carico di centotredici accusati espressamente nominati. Tra questi centotredici (e non dugentocinquanta come dice il Pepe) si trovava anche Vincenzio Russo.(142) Come mai egli, nonostante l'indulto, fosse di nuovo nel 1797 tra gli accusati (e, si noti, per colpe che sarebbero state commesse alcuni anni prima),  un'oscurit che non mi  riuscito dissipare. Troppo scarsi, come ho gi avuto occasione di dire, sono i documenti che ci avanzano di quei processi da permettere di seguire passo per passo le vicende di tutti coloro che vi furono involti.(143)
Il Russo, alla nuova persecuzione, scamp, dunque, con la fuga.(144) - Suscita un sentimento doloroso il dovere riconoscere il numero non scarso di quei primi congiurati napoletani, che dettero prova di fiacchezza innanzi alle minacce o alle blandizie della Giunta di Stato e della Corte. Eppure alcuni tra costoro erano uomini non volgari, datisi alla causa della libert per un puro e disinteressato sentimento dell'animo e per convinzioni nate negli stud; e, dopo il fallo, anzich giacere nell'avvilimento e precipitare nella degradazione, si risollevarono, e, tornando arditamente alla causa per un momento disertata, affrontarono la morte sui campi di battaglia e sui patiboli.(145) Onde a me sembra che, per giudicare equamente, bisogni tenere conto dell'inesperienza di quei primi istitutori di congiure, senza tradizioni, senza prossimo insegnamento d'esempio, senza quel particolare e vigile esercizio casistico che si sviluppa nella pratica delle cospirazioni e della vita politica: delle dubbiezze e perplessit che sono proprie di chi mette mano pel primo a un'opera ardita.
Si pu espiare una colpa? Ahim, il danno che  fatto  fatto, e l'azione riprovevole non si cancella. Ma si pu mutare s stessi, estirpando dall'animo le radici del male, e, accorti ormai delle insidie del proprio temperamento, sottomettersi a dura e implacabile disciplina. Se codesta  la sola e vera espiazione, Vincenzio Russo la raggiunse pienamente. "Egli (dice il Pepe) coll'esilio facendo penitenza del suo fallo, menava una vita cos austera ed irreprensibile, che divenne d'allora in poi un modello di probit e di virt, talch il chiamavano un novello Catone: anzi, tanto rigida era la sua condotta, che dava a chi noi conosceva sospetto d'affettazione". Soverchio di rigidezza che sta a provare un carattere morale diffidente di s medesimo e vigile a ogni suo atto.(146)
Il Russo, intorno alla met del 1797, s'aggirava per la Svizzera, e dimor a Ginevra ed a Berna, esercitando la medicina, i cui stud aveva coltivati.(147) E mentre, con le privazioni stoicamente sopportate e con la tenace meditazione, veniva temprando il suo carattere, maturava insieme i suoi convincimenti politici, di guisa, che, pochi mesi dopo, lo troviamo in mezzo alle nuove repubbliche italiane, tutto armato, con pronto un intero sistema politico-sociale, che cercava di spingere all'attuazione.
Quel suo sistema si fondava sull'idea di una repubblica popolare, in cui ciascuno possederebbe un pezzo di terra da coltivare direttamente e da trarne i mezzi di sussistenza. Non testamenti e non atti tra vivi, e neanche successioni legittime; alla morte del possessore la quota di lui sarebbe tornata alla repubblica per una nuova distribuzione. Gli uffici esercitati dagli stessi cittadini agricoltori, epper senza stipendio, altro che i mezzi di sussistenza a coloro cui fosse tolto il tempo di lavorare personalmente la terra; al qual uopo si sarebbero fatti leggieri prelevamenti sulle quote dei coltivatori. L'industria, domestica e ristretta al puro necessario; e il commercio ridotto, del pari, a permuta di cose necessarie. Nessun lusso di nessuna sorta; l'istruzione si sarebbe ristretta principalmente alla morale repubblicana e ai princip dell'agricoltura. Nessuna religione, tranne forse "un tal quale vincolo di fratellanza nel centro di una idea sublimemente tenebrosa"; e quindi, non classe sacerdotale. Non grandi citt: una serie di piccoli villaggi costituirebbero le nazioni. E, tra le nazioni, non pi guerre, tranne quelle per liberare le nazioni oppresse o per respingere tentativi d'oppressione. Le nazioni, in unione tra loro, avrebbero poi formato, come termine ultimo, la "Societ universale".
 facile avvertire le strette relazioni che questo sistema ha, da una parte, con le costituzioni di alcune repubbliche dell'antichit, e dall'altra con le varie utopie sorte durante il secolo decimottavo, animate da entusiasmo pei selvaggi, per lo stato di natura, per la frugalit, per la povert, e vagheggiate dal Rousseau, dal Mably e da altri scrittori, assai noti in Italia in quel tempo.(148) E molta somiglianza si ritrova tra esso e le istituzioni politiche del Saint-Just; onde non senza ragione il Cuoco, scrivendo una volta al Russo, usciva a ricordargli "la repubblica di Saint-Just". Senonch, la repubblica contadinesca del Russo era pi comunistica di quella, anch'essa contadinesca, del Saint- Just, che serbava la piccola propriet e le successioni legittime, sebbene ne escludesse le linee collaterali.(149) Sull'animo del Russo operarono altres, come modelli reali, i due paesi estremi ch'egli tocc in sua vita, ossia il villaggio campano, la sua nativa Palma, donde mosse, e la Svizzera, dove si spinse nel suo viaggio d'esilio. "Chiunque ha visitato (egli scrive, parlando dell'industria domestica) la schiena degli Appennini di Napoli e la Svizzera montagnosa, avr veduto dei cento, i quali la facevano a s stessi da calzolai, da sartori, ecc., e vi si adoperavano molto acconciamente" ( XXIV). E un po' pi innanzi: "Chiunque ha passato alcun tempo alla campagna, sa che gran parte del commercio loro nol fanno altrimenti i contadini. L dove ognuno ha tutto o quasi tutto il sufficiente per un vivere agevole e tranquillo, perch mai si dovrebbero fare ampi commerci?". - Il Lomonaco poi ci ridice l'entusiasmo del Russo per la povert, la semplicit, la frugalit dei costumi nei monti dell'Elvezia. "La Svizzera (esclamava il Russo), la Svizzera solamente,  capace di libert nell'Europa!"(150)
Pure, il Russo dichiara nella prefazione dei suoi Pensieri politici. "Io non ho volta la mente n alle antiche repubbliche n alle moderne, non alle nuove n alle vetuste legislazioni: ho consultato nelle cose stesse la verit". Non gi che non avesse innanzi gli esempi che abbiamo ricordato, ma non si soddisfece in essi e ragion il suo sistema deducendolo da princip filosofici. E cominci con lo stabilire che il diritto di propriet si fonda sui bisogni e non va oltre di questi. Pei quali "bisogni" non dice che cosa intenda; senonch  chiaro, da tutto l'insieme, che accenna a quelli che si chiamano, in economia, "bisogni primar o necessar". La ricerca di una scala assoluta di bisogni, che era gi stata tentata dai nostri vecchi economisti (p. e., dal Genovesi), si considera ora, dopo i teoremi formolati dal Jennings, infruttuosa. Ma il Russo non guard pel sottile, e tenne i "bisogni necessar" come qualcosa di nettamente determinabile, su di cui si potesse fondare il calcolo politico.
Misurata per tal modo a ciascun individuo la propriet secondo i bisogni necessar, il dippi, che non risponde a tali bisogni, d luogo, presso il Russo, al dilemma: o vi sono altri uomini privi dei mezzi di soddisfare i bisogni necessar, o non vi sono. Se vi sono, quel dippi spetta loro; se non vi sono (e qui la deduzione  curiosa), il dippi neppure pu essere oggetto di propriet, in virt della determinazione gi data della propriet, che si fonda soltanto sui bisogni necessar.
Si potrebbe dire che il Russo, per regolare i rapporti di propriet, ricorra a due diversi princip, che fa convergere sullo stesso oggetto: il principio di giustizia distributiva, pel quale i beni della terra spettano a tutti; e un altro quasi ascetico: che l'uomo debba restringersi a soddisfare i bisogni necessar, astenendosi dal comodo e dal lusso. Cosicch, avendo provveduto per mezzo del concetto di bisogno necessario ai bisogni di tutti, e per conseguenza alla cessazione della lotta e dell'asservimento dell'uomo all'uomo, non trova ostacolo nella considerazione che la dipendenza e la lotta rinascerebbero pei beni di comodo o di lusso; dappoich egli annulla il nuovo oggetto di contestazione, ossia i beni che chiama superflui, facendone qualcosa come di "peccaminoso", o almeno di non conveniente alla severit della democrazia.(151)
Per codesto suo tratto "ascetico" il socialismo del Russo diverge fortemente da quello moderno, che non si propone gi la regressione della vita umana alla vita quasi animalesca dei contadini, ma vuol anzi conservare i beni tutti, materiali e spirituali, raggiunti dallo svolgimento della civilt, con diversa forma di produzione che ne renda possibile non solo una diversa distribuzione, ma quell'incremento ora impedito. N meno ne divergeva nei mezzi onde cercava di conseguire il suo ideale. Il Franchetti, nella sua eccellente Storia d'Italia dopo il 1789, dice che il Russo  un discepolo di Baboeuf.(152) Ma il Baboeuf rappresenta il socialismo democratico che ha, dietro i suoi programmi, come suo sostegno e forza, una classe sociale interessata alla rivoluzione; laddove il Russo, quantunque appaia fortemente scosso dagli avvenimenti della rivoluzione francese e intoni a ogni passo il magnus ab integro nascitur ordo, non mostra di aver dato molta attenzione ai movimenti proletari che s'accennarono nel corso di essa; n, nelle nuove repubbliche, riconosce antitesi tali da persuadere il rivoluzionario a mettere l'opera propria a servizio di una classe contro un'altra.
Il procedimento del suo metodo di rinnovazione si pu descrivere cos. Il Russo cominciava con l'accettare, in Italia, le nuove repubbliche, istituite dalle armi francesi. Ma, per lui, queste repubbliche erano (come ebbe ad esprimersi una volta in un suo articolo di giornale) "piani di educazione generale per ricondurre gli uomini alla dignit repubblicana".(153) Esse (dice nei Pensieri politici)(154) hanno bisogno di due costituzioni, una per formare il popolo alla libert, l'altra per conservarvelo: una provvisoria, l'altra definitiva. E si proponeva di esporre, in un'opera che poi non scrisse, "i modi onde le sue teorie si potrebbero agevolmente ridurre a fatto", di alcuni dei quali aveva toccato sparsamente negli scritti che possediamo. Per esempio: fintanto che non giunger il tempo in cui ciascuno avr il suo pezzo di terra da lavorare e potr da s foggiare gli oggetti che gli sono necessar, la repubblica dovr pagare stipendi ai suoi impiegati. Ma per codesti stipendi di transizione si adotteranno i seguenti criteri: l Differenza di magistratura non giustifica differenza di soldi; 2 Chi ha da s quanto gli basti pel suo necessario, non pu ricevere cosa alcuna; 3 Il soldo perci si dee fissare all'individuo che occupa la carica proporzionatamente a' suoi veraci bisogni, non si dee fissare alla magistratura ( XXII). Fintanto che non giunger il tempo in cui non saranno pi imposti tributi o si imporranno lievissimi, bisogner pur esigerne per le necessit dello Stato; ma il presente sistema tributario  iniquo, ed egli propone una specie di tassazione progressiva (ivi). Fintanto che i costumi non diventeranno perfetti e ci saranno amatori del lusso, occorrer l'opera di un magistrato censore, che additi alla riprovazione pubblica chi viola i princip repubblicani ( XXIX). Pi in l ancora, si passer all'abolizione dei testamenti, e poi a quella delle successioni legittime. Queste riforme graduali sarebbero state, nel suo pensiero, via via compiute dalla diffusione dello spirito repubblicano. Insomma, il Russo disegnava di raggiungere il suo ideale coll'abnegazione universale e con la forza dell'opinione educata.
Circa poi la critica economica delle condizioni esistenti, gli scritti del Russo non ci porgono altro che o condanne sommarie o concetti rozzissimi, come provano le sue osservazioni contro il commercio. Invano vi si cercherebbe il pi lontano presentimento delle contradizioni economiche che, circa quel tempo stesso, andava osservando il geniale Fonder.
Precursore, dunque? In verit, questi facili battesimi di precursori e di precorrimenti hanno di solito origine in concetti poco rigorosi. Il Russo  semplicemente un socialista moralista; e, come tale, egli chiude un periodo della storia del socialismo, ma non ne precorre uno nuovo.(155)
Che se alcuno poi volesse trovare una ragione per sostenere l'efficacia del Russo come precursore, nell'essere egli stato non un puro letterato, ma un rivoluzionario pratico, che faceva propaganda delle sue idee, e tent anche, per quanto gli fu possibile, di attuarle, si dovrebbe rispondere che ci potr rendere notevole la sua personalit morale, ma non aggiunge nulla al suo significato storico. Anche frate Campanella tent, a suo modo, di recare in pratica gl'ideali della Citt del Sole, e aspettava perci la "congiunzione magna".
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Paragrafo 2.
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Nella Repubblica Romana.
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Dalla Svizzera il Russo si rec negli ultimi del 1797 o sui primi del 1798 a Milano. Se qualcuno facesse la ricerca, che io non ho potuto fare, nei giornali e nelle altre pubblicazioni venute fuori in quel tempo nella Repubblica Cisalpina, sono sicuro che troverebbe traccia dell'attivit di lui. Il Lomonaco dice che "sparse col gran lume e vi acquist un nome immortale".
Nel maggio del 1798 era a Roma, nella repubblica di recente stabilita, oratore pieno di fuoco nel "Circolo costituzionale". In un suo discorso, conformemente alle idee che lo dominavano, fulmin contro "il ridicolo e stomachevole lusso che vedesi in Roma dell'oro sui cappelli, sui pantaloni e sui gil, nell'atto che gemiamo nelle pi grandi miserie per mancanza del suddetto ed altri metalli"; e dimostr che "il detto lusso  antidemocratico". Il suo discorso fu cos caldo e persuasivo che il cittadino Baccini, "moderatore" del Circolo, si strapp all'istante la sua "cappiola", invitando i compagni a imitarlo; e tutti a gara si tolsero l'oro dai cappelli e dai pantaloni, e gli oggetti raccolti furono mandati alla questura perch li convertisse in danaro da distribuire ai poveri. La sera dopo, il Russo offriva alla cassa dei poveri "il suo orologio d'argento, unica cosa di qualche pregio che nella sua povert possedeva".(156) Similmente ispirato fu l'altro suo discorso sull'estinzione delle cedole, per la quale operazione egli proponeva: "che i consoli e tutte le altre autorit costituite diano tutto l'oro, argento ed altri metalli che tengono, poich il loro esempio mover gli altri a far lo stesso, e verr fuori tanto metallo quanto basta quasi per assorbirle".(157)
Nello stesso Circolo, il Russo fece acclamare "la fraternizzazione fra gl'individui delle repubbliche italiane esistenti e che tra poco esisteranno". Un'altra sera parl sulla tolleranza religiosa, difendendosi dalle calunnie sparse sul suo conto a proposito di ci che aveva detto sul battesimo ed esponendo le idee che poi svolse nei Pensieri politici.(158)
Quest'opera egli veniva intanto pubblicando a fogli e per associazione. Tra gli associati sono segnati due valentuomini napoletani, il grecista e paleografo Pasquale Baffi e Mario Pagano, rifugiati allora nella Repubblica Romana. La pubblicazione fu terminata sulla fine dell'agosto del 1798,(159) e il numero del Monitore di Roma dell'8 settembre recava, come articolo, il penultimo capitolo dell'opera, sulla "tolleranza".(160)
Nei Pensieri politici si contiene il gi esposto sistema politico del Russo. Notevole  altres qualche osservazione acuta che vi s'incontra, come quella sull'importanza fondamentale che spetta all'economia nella costituzione sociale,(161) e le altre sul clima ( XXXI), sulla "perpetuit dei corpi politici", dove si oppugna l'assimilazione delle societ agli organismi animali ( XXXII), sulla "mappa politica" e sulle "serie politiche"; per non dire che vi si avverte dappertutto il desiderio di una scienza generale della societ o "Sociologia", come poi  stata chiamata. Letterariamente, quantunque scritto come si scriveva la prosa in Italia sulla fine del secolo decimottavo, cio in modo alquanto sciatto, piacciono in quel libro il calore dello stile e qualche tratto vivace in cui vibra l'entusiasmo dello scrittore. Ecco come parla contro il commercio: "Addio, vasti progetti di marine, di stabilimenti... In quanto a me, io affogherei animosamente e ben volentieri i migliori porti d'Italia. In essi ci si sono recati finora miseria e fomenti di nuove corruzioni..." ( XXIII). E contro le grandi citt, delle quali egli prevede la fine: "Il volgo si smaga al solo immaginare le splendide capitali divenute vasti sepolcri e casolari luridi e deserti. Il pensatore, l'amico dell'uomo affretta i momenti, in cui le ammontate ruine delle splendide capitali sieno un ampio covacciolo di serpenti, immagini dei loro antichi abitatori!" ( XXV). S'intenerisce invece al pensiero della vita campestre: "Salutiamo (cos comincia il capitolo sull'agricoltura), salutiamo la campagna, il romito silenzio delle solitudini, il fresco orezzo delle opache sorgenti! Salutiamo l'asilo della pace, della schiettezza e dell'innocenza! Che contrapposto colle nequizie e col fragore delle citt!..."(162)
Compiuta la pubblicazione dei Pensieri politici, il Russo prese molta parte nella redazione del Monitore di Roma (giornale, com' noto, diretto da Urbano Lampredi),(163) dove il suo nome compare di frequente dal settembre fino al principio del novembre 1798.
Tra gli articoli che vi scrisse  da ricordare uno (che si stende per tre numeri) sui "doveri dei magistrati", e un altro sui "doveri del popolo". Ai magistrati inculcava la severit del costume, doverosa in educatori del popolo. "Io vorrei (egli scriveva) che i busti di Curio e di Cincinnato si vedessero pi frequenti di que' de' Bruti nelle nuove repubbliche. Noi abbiamo pi da temere della corruzione che de' tiranni. Roma non avrebbe avuto bisogno di Marco Bruto, se non si fosse gi scordata di Cincinnato". E pi oltre: "Se il popolo non dovesse essere un giorno ben altro di quello che ora , la democrazia rimarrebbe un nome vano ed un passeggiero rumore". Qui appunto definisce i governi repubblicani di allora, come si  detto, "piani di educazione generale". Discorrendo dei doveri del popolo, ammonisce: "Il rispetto di un popolo libero si riduce tutto a far quello che le leggi danno al magistrato la facolt di prescrivere: ogni altra dimostrazione di rispetto  parte di servilit o disposizione a schiavit".(164)
Maggiore opportunit si osserva negli articoli a difesa del governo della Repubblica Romana; uno dei quali s'intitola: "Parere chiesto da un medico ai Romani", e sostiene che non  giusto accagionare la repubblica dei mali che esistevano da lungo tempo, e che richiedono lenta convalescenza; un secondo, assai esteso, guidato dal medesimo concetto, ha per titolo: "Maniera di ravvisare con buona fede le nuove repubbliche, esposta per uso del popolo", e cerca di giustificare la non ancora attenuta promessa della democrazia, di ridurre i tributi a una misura insensibile. La riduzione  certamente possibile, "perch, divise e suddivise le propriet, ognuno potr servire gratuitamente la patria, e perch ognuno allora sar soldato"; ma a raggiungere questa felicit in futuro  necessario pagare intanto per mantenere la legione romana e la protettrice armata francese. La repubblica ha gi abolito il feudalismo, le primogeniture, i fedecommessi, e proclamato l'eguaglianza innanzi alla legge; e bisogna concederle un po' di tempo per le altre "operazioni", merc le quali "le fortune verranno ridotte almeno ad equabilit di qui a qualche anno". La democrazia vuole il governo del popolo; ma il popolo, com' ora, non pu fornire i rappresentanti al consolato, onde bisogna acconciarsi a un espediente provvisorio. Dopo altri siffatti argomenti, il Russo termina con una perorazione in cui d a scegliere tra la tirannia e la libert: i vecchi mali della prima, ma gi alquanto scemati, sono nella seconda, nella quale si apre inoltre "una prospettiva di nuovo ordine di beni, non mai prima conosciuti da noi".(165)
 sempre il suo pensiero di sostenere le nuove repubbliche come guisa di transizione alla forma pi perfetta da lui vagheggiata. Mario Pagano intanto confortava con l'esempio l'altro suo pensiero sul modo democratico dell'assegnamento dei soldi ai pubblici ufficiali. Al Pagano, venuto a Roma nel luglio, era stato conferito l'insegnamento del diritto pubblico. Con quale gioia il Russo pubblicava nel Monitore la lettera del neo-professore di rinunzia al compenso assegnatogli, e con quanta soddisfazione la faceva precedere da parole di comento e di elogio!(166)
Ma da questa operosit giornalistica lo distolse la guerra, che men i francesi a Napoli.
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Paragrafo 3.
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Nella Repubblica Napoletana.
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Il Russo torn a Napoli nel '99, come parecchi degli esuli napoletani, non solo con l'esercito francese, ma nelle file di quell'esercito. Come Carlo Lauberg, antico presidente della "Societ patriottica" e prossimo presidente del Governo provvisorio, per la sua qualit di professore di chimica era diventato farmacista-capo dell'esercito dello Championnet; come i Pignatelli e altri tornavano combattendo da ufficiali o soldati; cos il Russo, ripigliando la professione esercitata in Isvizzera, venne come ufficiale medico del 101 reggimento.(167)
Eloquente qual era, nei primi tempi della Repubblica napoletana fu uno degli oratori pi efficaci nei "clubi" dei patrioti e nelle riunioni popolari.(168)
Nel febbraio fu aperta una "Sala d'istruzione pubblica", della quale egli fu nominato invigilatore. Qui lo vediamo subito affaccendato nel sostenere le sue idee predilette. In una delle tornate del mese di marzo, dopo avere riaffermato la teoria dei bisogni, propose quattro "canoni di logica rivoluzionaria": sul modo di leggere i libri scritti sotto la tirannia, contro il commercio, sul rigorismo e sulla riforma dei costumi: divulgazione di pensieri gi esposti nel suo libro.(169)
Sembra anche che un soffio del suo spirito passasse in qualcuno dei giovani che pendevano dalle sue labbra, perch, nella stessa sala, Saverio Simoni e Raffaele Vittoria sostennero l'uno la eguale divisione dell'eredit, e l'altro l'abolizione dei testamenti e degli atti tra vivi. Ma entrambi furono vivamente oppugnati da un altro giovane, che poi doveva diventare uno dei maggiori avvocati e penalisti napoletani, Francesco Lauria.(170)
Dava fuori anche nello stesso tempo un "Avviso salutare" al popolo contro il lusso della mobilia e dei banchetti e contro le ricche vesti dei rappresentanti del Governo. "Rinasca in voi" (egli diceva) "la saviezza dell'Areopago, la virt spartana; rinasca la severit del costume del censore Catone". E, accennando poi a s stesso e a qualche amarezza sofferta, soggiungeva con accento commosso: "Io vivo tranquillo nel mio ritiro con le mie fatighe, servendo con esse anche la patria. Ho diritto per, dopo una sofferta persecuzione delli satelliti del dispotismo, di cercare una repubblica sana e virtuosa, che ci renda felici colla minorazione dei mali della vita. Guardatevi perci dalla stupidezza di Bruto, che sa ben vincere e morire da forte.  morto De Deo, quell'anima cara, martire della verit, sotto il ferro della tirannia, e non posso io seguirne l'esempio? Otto o dieci anni di vita pi o meno, sono l'istesso!"(171)
I contemporanei raccontano ch'egli faceva una vita da giustificare interamente queste sue parole: "Era disinteressato a segno (scrive il medico Marinelli nei suoi inediti giornali) che tutto dava per sovvenire i suoi simili: si manteneva il giorno con poche grana e le spendeva mangiando un poco per istrada; in casa appena aveva un piccolo letto per riposare: amava tutti all'eccesso".(172) Altri ricorda che soleva venirsene dal suo paesello, Palma, fino a Napoli, a piedi.(173) Ma l'ardimento delle sue teorie e la veemenza dei suoi discorsi spaventavano non pochi; e voci paurose giravano sul suo conto. Lo scandalo, che aveva destato in Roma con le sue osservazioni sul battesimo (ch'egli diceva essere intolleranza somministrare ai bambini inconsci) dovette far sorgere la storiella: "che egli, stando col, si fece un'abluzione pubblica in una botte per togliersi il battesimo di dosso!".(174)
Il 14 aprile il Russo entr a far parte della rappresentanza della Repubblica. Il commissario organizzatore Abrial, disciogliendo il Governo provvisorio, aveva formato, com' noto, due Commissioni, l'esecutiva e la legislativa; e dei venticinque della legislativa fu il Russo.
Ma vi dur poco, e il suo rapido passaggio nella Commissione legislativa sollev contrasti e malumori. Cominci subito col richiedere che si esaminassero i conti di coloro ch'erano stati del Governo provvisorio; e fin qui, tutto bene.(175) Ma il giorno dopo egli fece la sua solita mozione sui soldi, con queste particolarit: che il massimo soldo non dovesse eccedere i cinquanta ducati; e che si aprissero due libri, l'uno Dell'amor di patria, per le rinunzie di tutto o parte del soldo di coloro che avessero altronde come vivere, e un altro Dei doveri dei cittadini, per gli altri le cui condizioni famigliari richiedessero aumento di salario. La mozione fu aggiornata; ma molti dei componenti delle due Commissioni e altri impiegati dichiararono prontamente di rinunziare alla met o al terzo del loro soldo.(176) Nella tornata seguente, discutendosi del modo di formare la guardia nazionale, propose che si applicasse il criterio della tassazione progressiva, sostenendo che, poich la Guardia nazionale serviva alla custodia interna, e di ci i ricchi ritraevano il maggior vantaggio, dovessero essi pagare di pi.(177)
Queste sue mozioni e proposte non solo spiacquero per s stesse, ma parvero ai patrioti di buon senso pomi di discordia e cause di perditempo, esiziali l'uno e l'altra alla Repubblica nelle difficili condizioni in cui si trovava. Di tale non irragionevole protesta si fece portavoce, tra gli altri, Gregorio Mattei, figlio del grecista ed ebraicista Saverio, che allora dirigeva il Veditore repubblicano.(178) Lo scritto del Mattei  veramente assai bello e vivace. Si apre come una sfida: "Al cittadino rappresentante Vincenzo Rossi (sic) Gregorio Mattei. - Cittadino, io mi chiamo Gregorio Mattei; abito a strada Chiaia, n. 22, terzo piano, a man dritta; servo la patria nella prima Legione della Guardia nazionale: son uno dei due autori di questo giornale, sul quale ho creduto comoda cosa il dirigerti questi miei sentimenti in modo di lettera affinch tu ed il pubblico possiate leggerli. Potrai rispondere, e la tua risposta former un articolo per la decade futura. Uso il 'tu', e perch non voglio moltiplicarti, e perch voglio parlarti nel linguaggio che tu affetti di avere". E qui rinfaccia al Russo l'indugio, del quale egli era cagione nella Commissione legislativa, ad affrontare i problemi vitali della Repubblica, col metterne innanzi, come faceva, altri di niuna importanza pratica. "Mentre la Commissione si occupa di questi, la flottiglia inglese  sempre a Baia, gl'insurgenti a Salerno, la moneta in commercio estremamente rara, e per conseguenza l'aggio delle carte altissimo, il popolo geme sotto tutti gli antichi dazi, n riconosce alcun vantaggio sensibile di questa da noi tanto vantatali democrazia". E passando all'ironia: "Puoi tu figurarti che tre mesi d'immatura ed inaspettata rivoluzione bastino per renderci virtuosi come gli spartani dei tempi della prima guerra persiana, o i romani della prima guerra punica? Vuoi tu ridurci alle antiche ghiande? Ma, prima, innabissa i nostri campi, recidi gli oliveti e le vigne, distruggi le nostre industrie, ammazza due terzi almeno della popolazione, e ponci in fine sul cocuzzolo di un monte, attorniato da laghi e garantito da una corona di vicine inaccessibili montagne; l saremo sicuri, giacch la nostra povert, pi che le montagne, allontaneranno il nemico; ci faremo crescere le unghie e i capelli, e insieme con te, mangiando ghiande e cipolle, meneremo una vita deliziosa!" Ma guardiamo alla realt: "attualmente (continua il Mattei), da tre punti di gran dettaglio pende la salute di questa nascente Repubblica: la formazione di un'armata, la restituzione del valore rappresentativo alle carte, l'abolizione intera del feudalismo". E urge dare solida base al nuovo stato con la formazione dello "spirito pubblico nazionale".(179)
La pubblicazione di quest'articolo, che segu il 30 germile, ossia il 19 aprile, dovette forse spingere il Russo, nella tornata del giorno dopo della Commissione legislativa, a prendere la parola per affrettare quella legge abolitiva della feudalit, che poteva contribuire a sedare le insurrezioni nei dipartimenti. Ma il 23 aprile (dopo poco pi di una settimana di permanenza al governo) il Russo dava le dimissioni.(180)
Certo, anche gli amici che gli volevano bene e l'avevano in grande stima per la sincerit e nobilt dei suoi convincimenti, come il suo compagno della prima giovinezza Vincenzo Cuoco, non potevano approvare la via senza uscita per la quale egli si era messo. Il Cuoco gli diresse, in quel tempo, una serie di lettere sul disegno di costituzione della Repubblica napoletana, formato da Mario Pagano, che a lui (mente politica per davvero) sembrava improprio e astratto: figurarsi come doveva giudicare le teorie dell'amico. "Oh perdona! (gli diceva, pungendolo con garbo) non mi ricordava di scrivere a colui che, sulle orme della buona memoria di Condorcet, crede possibile in un essere finito, qual  l'uomo, una perfettibilit infinita. Scusa un ignorante avvilito tra gli antichi errori: travaglia a renderci angioli, ed allora fonderemo la repubblica di Saint-Just. Per ora contentiamoci di darcene una provvisoria, la quale ci possa rendere meno infelici per tre o quattro altri secoli, quanti almeno, a creder mio, dovranno ancora scorrere prima di giugnere all'esecuzione del tuo disegno. Parliamo della costituzione da darsi agli oziosi lazzaroni di Napoli, ai feroci calabresi, ai leggieri leccesi, ai spurei(181) sanniti, ed a tale altra simile genia, che forma 9,999,999 diecimilionesimi di quella razza umana che tu vuoi tra poco rigenerare".(182)
Meglio il Russo riusciva nella sua opera di oratore democratico (tenne, fra l'altro, un bel discorso il 30 fiorile, nella festa nazionale pel bruciamento delle bandiere prese ai ribelli),(183) e come componente della Societ patriottica.(184) Era stato destinato commissario organizzatore per le Calabrie; ma i progressi delle armi del Ruffo gl'impedirono di recarvisi.(185) Si occup anche, in questo tempo, nel curare la stampa di una seconda edizione migliorata dei Pensieri politici, che la caduta della Repubblica fece restare a mezzo.(186)
Ma, quando si fu al punto di riprendere le armi, il Russo accorse tra i primi. Nel giugno egli era insieme col Salfi e coll'Azzia nella Commissione per la coscrizione della Guardia nazionale del Cantone Sebeto.(187) Il Lomonaco ci dice che "si trov pronto in tutte le spedizioni e si batt come un leone per la causa comune". E il 13 giugno, combattendo al ponte della Maddalena, nel ritrarsi uno degli ultimi, cadde in mano dei lazzari e fu trascinato prigioniero ai Granili.(188)
Il Rodin, anch'egli menato prigione ai Granili, ricordava di aver visto Vincenzio Russo "nudo, vestito con un semplice giubbetto".(189) Di l fu trasportato sulla corvetta Stabia, e poi alla Vicaria. E, come il Rodin, Guglielmo Pepe, anche suo compagno di prigione, e il Cuoco, e gli altri che lo videro allora, fanno unanime testimonianza della serenit che serb nel carcere, della sua fortezza nel sopportare le ingiurie e i tormenti, del suo entusiasmo da martire, e degli alti discorsi coi quali confortava i compagni.
N la sua calma fall innanzi alla morte.(190) Condotto al castello del Carmine e messo in cappella, il prete Gioacchino Puoti,(191) che gli fu dato per confortatore, non pot indurlo a far atto di contrizione e conversione religiosa. "Diceva aver egli studiate bene queste materie ed avere appreso a dubitare di tutto: insomma, si mostr un deciso pirronista". Si fece poi portare una bottiglia di vino, ed obblig il povero prete a bere alla salute dei patrioti nascosti, e poi si addorment tranquillamente. (192)
Fu impiccato in piazza del Mercato il marted 19 novembre 1799, insieme con l'avvocato Nicola Magliano. Sul patibolo grid con voce forte e sicura: "Io muoio per la libert! Viva la Repubblica!"(193)
"Quasi cinque mesi dopo (scrive il Cuoco nel suo Saggio), ho inteso raccontarmi il suo discorso dagli ufficiali che vi assistevano, con quella forte impressione che gli spiriti sublimi lascian perpetua in noi, e con quella specie di dispetto con cui gli spiriti vili risentono le irresistibili impressioni degli spiriti troppo sublimi".(194)
Questa fu la fine del giovane filosofo napoletano, sognatore di una ideale repubblica, forte di giustizia e di barbarie.(195)
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Fine Parte 1.